E’ l’estate del 1932 quando Pedro Salinas incontra per la prima volta quello che sarà il vero grande amore della sua vita, Katherine Reding.

Il modo tuo d’amare
è lasciare che io t’ami.
Il sì con cui ti abbandoni
è il silenzio. I tuoi baci
sono offrirmi le labbra
perché io le baci.
Mai parole e abbracci
mi diranno che esistevi
e mi hai amato: mai.
Me lo dicono fogli bianchi,
mappe, telefoni, presagi;
tu, no.

E sto abbracciato a te
senza chiederti nulla, per timore
che non sia vero
che tu vivi e mi ami.
E sto abbracciato a te
senza guardare e senza toccarti.
Non debba mai scoprire
con domande, con carezze,
quella solitudine immensa
d’amarti solo io.

(XXXIX – Il tuo modo di amare
La voce a te dovuta, Pedro Salinas, 1933)

Lui, poeta, critico, padre, marito di Margarita, sta tenendo una lezione all’Università. Lei, giovane professoressa americana in visita in Spagna per studiare la letteratura che tanto ama, arriva in ritardo a lezione e si siede in fondo all’aula. Ma Pedro la nota. E si innamora, subito. Un colpo di fulmine. Di quelli che fanno dimenticare il dove, il come, il quando.

La invita a pranzo, e poi a passeggiare, e a scoprire la città, e a visitare i musei. E più si incontrano, più si conoscono, più si innamorano, più si mancano.

Alla fine dell’estate Katherine torna in America, Pedro resta in Spagna, con la sua famiglia.

Si scrivono lettere, si spediscono foto, cartoline, telegrammi. Il loro amore è vero, è puro, è potente, è oltre. Oltre le distanze, oltre la paura di perdersi, oltre il non potersi vivere. Oltre Katherine, oltre Pedro.

Katherine è la musa, la salvezza, il faro in un mare in tempesta. Una fiamma che non si consuma, ma che li consuma, poco a poco, senza che se ne rendano conto.

Nel 1933 Pedro pubblica “La voz a ti debida”, una raccolta di 70 poesie, tutte dedicate a Katherine e al loro amore. Un amore che è ricerca di sé e dell’altro, di sé nell’altro e dell’altro in sé. Un amore che è ricordo, è contatto, è tempo che scorre, è distanza, è sogno, è illusione di possedersi, è ansia di perdersi, è brama di incontrarsi, è respiro, è ombra. Un amore che si nutre e si consuma nel dolore, nella gioia, nel dubbio, nel bacio.

Ma l’amore non basta e la poesia non cura le ferite di una Spagna tormentata alla vigilia di una sanguinosa guerra civile, né quelle di due cuori divisi dall’oceano e dalle circostanze.

Nel 1934 Margarita, la moglie di Pedro, tenta il suicidio e si salva per miracolo. Katherine non ce la fa, non può reggere il peso della distanza, né quello della responsabilità. Da quel momento “niente fu più lo stesso”, scrive Katherine, “la commozione mi riportò alla realtà. Mi resi conto della natura della nostra relazione e mi sentii in colpa. Stavo facendo del male ad altri.”

Non c’era più equilibrio in quell’amore senza luogo e senza tempo. E mentre Pedro sembrava non intravedere alcun motivo per chiudere quella relazione, dal momento che Margarita era sopravvissuta e Katherine era “su musa, su amor, su gran pasión”, necessaria tanto quanto la sua famiglia, per lei, per Katherine, quella era evidentemente la fine. Quell’amore, seppur vero e forte, la incatenava.

Conosce Brewer Whitmore, un uomo più grande di lei, vedovo e con un passato simile al suo. Gli racconta di Pedro, del loro amore impossibile, dei suoi studi, della Spagna. Lui la ascolta e la comprende. Si sposano e vivono sereni fino alla morte di lui, nel 1943.

Intanto all’inizio della guerra civile, Pedro lascia la Spagna per non ritornarvi mai più. Il suo esilio “forzato” prima negli Stati Uniti, poi in Messico e Porto Rico, gli permette di avvicinarsi a Katherine. Una Katherine ormai lontana, lontana davvero, ma ancora e sempre innamorata. Una Katherine che riceve ancora le sue lettere d’amore, che ancora le desidera, ma che non risponde più. Una Katherine innamorata di Pedro ma che ha poco a poco imparato ad amarsi.

Si incontrano per l’ultima volta a Northampton nella primavera del 1951, pochi mesi prima della morte di Pedro: “Avevo sempre conservato in me la speranza che un giorno avrebbe capito perché dovetti rompere con lui. Così glielo chiesi un’altra volta. (…) Mi guardò con tristezza e mi rispose: «No, la verità è che no[n lo capisco]. Un’altra donna, al tuo posto, si sarebbe considerata molto fortunata».”

Fortunata. Quale donna non si considererebbe fortunata se ricevesse dichiarazioni d’amore in versi, se fosse la musa ispiratrice di ben tre raccolte di poesie, se sapesse di essere l’oggetto del desiderio di un uomo?

Ma forse è proprio questo il punto: Katherine sapeva di essere desiderata, sapeva di essere fortunata per questo. Ma si sentì mai amata?

Per anni i critici letterari sono stati convinti che il Tu de “La voz a ti debida”, “Razón de amor” e “Largo lamento” fosse un soggetto generico, il destinatario dell’amore platonico di un Io alla ricerca di sé. E invece quel Tu era proprio Katherine, in carne e ossa.

Pedro fu innamorato di lei per tutta la vita. Innamorato del suo corpo, della sua intelligenza, della sua bellezza, della sua delicatezza. Innamorato di quella distanza che nutriva la loro relazione, di quel contatto in briciole di cui dovevano accontentarsi, di quel colpo di fulmine che gli aveva stravolto la vita e la carriera, di quell’amante da nascondere e desiderare alla luce del sole. Innamorato. Tremendamente, innegabilmente, innamorato.

Ma si sa, non tutti gli innamorati sanno amare. E chissà se il Pedro innamorato amò Katherine come amò se stesso e la sua poesia.


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