“Olivhood” di Annamaria Di Pinto è nato inizialmente come una pièce teatrale, quindi da uno spazio molto intimo e umano. A un certo punto però l’interprete, autrice e regista ha sentito che la storia avesse bisogno di uscire dal palco e confrontarsi con la realtà. La fine del mondo distopico raccontato nel film diventa allora una soglia simbolica: qualcosa si spegne, ma proprio da quella perdita nasce una nuova forma di coscienza, più profonda, più essenziale.

Ciao, Annamaria. In che modo “Olivhood” si è trasformato da piéce teatrale a docufilm?

“Olivhood” è nato inizialmente come una pièce teatrale, quindi da uno spazio molto intimo, simbolico e umano. A un certo punto però ho sentito che la storia avesse bisogno di uscire dal palco e confrontarsi con la realtà.

Il tema ambientale che racconta non appartiene più solo alla finzione: è qualcosa che stiamo già vivendo. Per questo ho trasformato il progetto in un docufilm, mescolando narrazione, immagini reali, interviste e linguaggio poetico.

Mi interessava creare un’opera che non fosse soltanto da guardare, ma anche da sentire come un’urgenza collettiva.

Paragonandolo ad una sorta di “Wall-E” della Pixar, come fa l’ultimo ulivo bonsai, “Hope”, a non arrendersi in un mondo alla deriva?

Proprio come in “WALL·E”, anche Hope rappresenta la resistenza della vita in un mondo che sembra aver perso tutto.

È piccolo, fragile, quasi insignificante agli occhi di quel futuro devastato, eppure continua a esistere.

Hope non si arrende perché incarna l’idea che la natura abbia una forza silenziosa più grande dell’uomo stesso. In mezzo alla distruzione diventa memoria, possibilità, speranza.

Finché esiste anche un solo piccolo ulivo vivo, esiste ancora la possibilità di ricominciare.

Di beckettiana memoria, proprio come Vladimiro ed Estragone, Olivhood e Hole hanno pensieri antitetici rispetto alla speranza green del domani. Il presente distopico che vivono rappresenta gli effetti collaterali dell’incuria umana?

C’è anche un richiamo al teatro dell’assurdo: proprio come Vladimiro ed Estragone, Olivhood e Hole si muovono in un tempo sospeso, in un mondo consumato dall’attesa e dall’abbandono.

Ma i loro pensieri sono antitetici. Hole rappresenta un’umanità ancora aggrappata al bisogno di sopravvivere a ogni costo, mentre Olivhood sviluppa una visione più radicale e disillusa del rapporto tra uomo e natura.

In questo scenario distopico, Hope — l’ultimo piccolo ulivo bonsai — diventa l’unica presenza davvero pura: un simbolo fragile di rinascita green in mezzo agli effetti devastanti dell’incuria umana.

E non bisogna dimenticare il finale simbolico: Olivhood sceglie di fondersi con Hope, trasformandosi lui stesso in albero. È un gesto estremo e poetico insieme, quasi un ritorno definitivo alla natura dopo il fallimento dell’umanità.

Sarebbe giusto definire ogni fine “l’inizio” di una nuova consapevolezza?

Sì, credo che ogni fine possa diventare l’inizio di una nuova consapevolezza.

In “Olivhood” la fine non viene raccontata solo come distruzione, ma anche come trasformazione. È il momento in cui l’essere umano è costretto a guardarsi davvero, senza più illusioni.

C’è una frase nella storia dell’uomo albero che attraversa tutto il film: “La felicità non è mai la metà di un infinito ORA.”

Per me significa che non possiamo continuare a vivere a metà: a metà tra progresso e distruzione, tra amore per la natura e incuria, tra coscienza e comodità.

La fine del mondo distopico raccontato nel film diventa allora una soglia simbolica: qualcosa si spegne, ma proprio da quella perdita nasce una nuova forma di coscienza, più profonda, più essenziale.

Ed è per questo che Olivhood, alla fine, sceglie di diventare albero: non come fuga, ma come ultima evoluzione possibile.

Ringraziamenti speciali?

Giuseppe Miglionico, per i suoi disegni, e i nomi degli attivisti che io definisco “artivisti”: Pietro Giulio Pantaleo, Mariagrazia Cinquepalmi, Maria Giovanna Cortellino, Savino Montaruli, Michela Diviccaro, Michele Di Bari e Ginevra.