Liliana Segre racconta che in un giorno particolarmente triste ad Auschwitz, una compagna le diede un pezzettino di carota…

Molte persone si sono dimostrate scandalizzate dalla non accoglienza della proposta di Liliana Segre, umana e apartitica, circa l’odio razzista e antisemita. Bisogna, però, assicurarsi di non essere difensori solo delle forme ufficiali di umanità, della versione pubblica degli ideali più belli; bisogna essere convinti di odiare l’odio a tal punto da evitarne anche le forme più subdole, nascoste, private.

Bisogna, in altre parole, essere certi di non covare odio dentro di sé, affinchè la personale iniziativa di difendere la Segre non risulti un gesto modaiolo; certamente radicato nei valori della tolleranza e della non violenza, ma inaridito da una serie di parole e gesti quotidiani di natura opposta.

Non sto parlando dei conflitti (con relativi strascichi emotivi) ai quali ogni relazione normale è esposta e attraverso i quali si cresce, perché si passa dall’idea alla realtà. Mi riferisco a quell’intento distruttivo con il quale si sceglie di affrontare determinate persone e situazioni. Persone e situazioni che ci diventano nemiche semplicemente perché le trattiamo come uno specchio, e quindi ci aspettiamo che riflettano e confermino tutto il nostro splendore. E invece, siccome l’altro è, appunto, altro, anziché confermare la grandiosità assoluta della nostra immagine, rivela necessariamente qualche difetto, qualche crepa che proprio ci sfuggiva, ma che è indispensabile per quella bellezza, faticosa e paradossale, che supera grandemente tutte le nostre idee di perfezione. Del resto Hitler, bruno e discendente da famiglia non puramente ariana, voleva un popolo di soli biondi e ariani fino alla settima generazione.

La parola “odio” è collegata alla radice indoeuropea vadh-, da cui il sanscrito “avadhit”, colpire, e il latino “odium”. Un’altra ipotesi plausibile collega la parola alla radice ad-, da cui “edo”, mangiare. L’odio, insomma, è una forza distruttiva esterna, ma radicata in un rodimento interno. Del resto quando l’altro è trattato come conferma della propria ineccepibilità, è visto come cibo da fagocitare, linfa vitale per stare bene. E se l’altro si ribella a questo meccanismo, si espone naturalmente ai morsi della fame, al rodimento dell’odio.

Si dice che il rapporto con il cibo racconti molto di una persona e che un indice di cura sia il tempo speso a preparare la tavola, un gesto che ogni madre pregusta e profetizza nell’allattamento al seno. E non è una novità che la fame genera violenza: le grandi rivoluzioni della storia sono mosse da pance vuote; parimenti quelle della letteratura, come il celebre assalto ai forni de I promessi sposi. Oggi la fame resta ancora un problema che genera guerre; ma ci sono tante altre guerre generate da chi, nella sazietà dei beni, scambia per insopportabile privazione il lecito rifiuto dell’altro di dover colmare la propria ingordigia relazionale. E si rode nel digiuno. E odia. Magari garbatamente, ma odia. Magari crede di non farlo, ma nel momento in cui semina volontariamente male e distrugge, sta odiando. E forse non lo sa, ma sta anche un po’ morendo.

La fame può salvare da questa morte, perché può essere l’occasione di farsi cibo per gli altri, attraverso un uso del tempo più costruttivo e sensato. Del resto chi, ad esempio, passa le giornate a seminare odio online, a me suscita un po’ di sana invidia per la quantità di tempo a disposizione. Ammirazione che svanisce subito, ovviamente; perché dietro chi sta spoltronato e nascosto a diffondere sapienza e distruzione c’è tempo, ma c’è soprattutto tanto disagio e tanta fame non accolta.

Liliana Segre racconta che in un giorno particolarmente triste ad Auschwitz, una compagna le diede un pezzettino di carota, che in quelle condizioni disumane fu salvezza. Lei pero, più che dalla carota, si sentì salvata dallo stesso “grazie” che le sgorgò dal cuore. Perché era tanto, troppo tempo che non diceva “grazie”. La fame non scomparve. Ma scomparve la forza distruttrice dell’odio di cui era vittima. Che non ci accada, mentre difendiamo la Segre, di morire corrosi dentro su altri fronti.

LEGGI GLI ALTRI ARTICOLI DI CONTROSENSO


FontePhoto credits: Michela Conte
Articolo precedenteIrene Regini, la prof che insegna latino su Youtube
Articolo successivoC’È PASTA PER TE
Michela Conte
“Ecco la grande attrattiva del nostro tempo: penetrare nella più alta contemplazione, e rimanere mescolati fra tutti, uomo accanto a uomo” (Chiara Lubic): sono una studentessa specializzanda in antropologia teologica presso la Facoltà Teologica Pugliese, con una grande passione per la vita e per le persone! Sono fermamente convinta, infatti, che i limiti di questa esistenza irripetibile rechino in sé una bellezza straordinaria e una reale possibilità di compimento. Per questo, da anni, scrivo: per cercare di dare voce a tale bellezza …e contemporaneamente per rendermi conto che non tutto può essere adeguatamente espresso, che a un certo punto è necessario fermarsi di fronte a questo mare sconfinato e misterioso che è la persona, un mare in cui, nonostante tutto, “è dolce il naufragar”. Per Dio. Per l'uomo stesso. Per me.

2 COMMENTI

  1. Incredibile la modalità gentile e raffinata con cui riesci a far emergere quel lato oscuro che ciascuno si porta dentro. Grazie per la profonda chiarezza e riflessione che le parole in questo,come in altri articoli, genera.

LASCIA UNA RISPOSTA

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.