“Se l’insegnante è saggio veramente,

non vi offrirà di entrare nella casa della propria sapienza;

 vi condurrà fino alla soglia della vostra mente”.

(Kahlil Gibran)

Insegnare è una delle attività più alte e delicate che una persona compie nei confronti di un’altra ed è un compito arduo: bisogna imparare a gestire le molteplicità del gruppo e i bisogni di ciascuno, pensare a modalità comunicative efficaci, impostare una relazione significativa con tutti (colleghi, alunni e genitori).

Benjamin Franklin, scrittore e politico del Settecento americano, distingueva quasi tre gradi nell’insegnamento: il primo è quello – molto “scolastico” – del dire le cose agli altri perché le imparino, secondo il metodo dell’allevamento dei polli: li ingozzi perché assorbano cibo. È naturale che l’esito sia solo quello dell’evacuazione nell’oblio. Diverso è il secondo caso. La dimostrazione motivata, che nasce da un convincimento o da un’esperienza dello stesso maestro, incide e convince il discepolo che ricorderà il messaggio ricevuto.

Infine c’è la testimonianza: il docente non solo dimostra ma rivela che quella verità ha guidato le sue scelte, l’ha aiutato nel percorso della vita e allora le sue parole non saranno solo ricordate ma diventeranno un esempio da imitare, coinvolgendo l’alunno in pienezza.

Chi insegna, allora, non pratica un mestiere ma vive una vocazione: non deve – per dirla con Montaigne – arredare la mente dell’uomo, bensì creare in essa giudizio e virtù.

Perché l’insegnamento poi giungesse a buon fine, il docente deve creare con gli alunni innanzitutto una “relazione”, la quale deve avere almeno tre qualità: la genuinità, che è il mostrarsi così come si è; la stima, che è la fiducia per e nell’altro e la comprensione empatica, che è la capacità di capire e carpire le reazioni intime di scontro e di incontro dell’alunno.

È interessante come la parola “insegnare” derivi dal latino “insignare” e significhi lasciare il segno nella mente e nel cuore, lasciare un’impronta dentro l’alunno, segnarlo dentro.

Quindi già nel nome è indicato un po’ quello che è il fine dell’insegnamento: non solo trasmissione di conoscenze, ma ancor prima creazione di una relazione.

Tale legame, inoltre, che si deve instaurare tra l’insegnante e l’allievo è asimmetrico.

Così scrive a riguardo il noto psicanalista Massimo Recalcati nel suo bellissimo libro L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento: «Il maestro e l’allievo non occupano posti identici, non sono uguali. Una differenza simbolica ripartisce nettamente le loro posizioni: sono separati come lo sono il padre con il figlio. La trasmissione del sapere s’inscrive sempre in un processo di filiazione».

Detto questo, allora ci chiediamo: quali sono gli insegnanti che non abbiamo dimenticato?

Recalcati così risponde: «Gli insegnanti di cui ricordiamo bene i nomi, i volti, il timbro della voce, la figura, coi quali abbiamo una relazione di debito e di riconoscenza, sono quelli che ci hanno insegnato innanzitutto che non si può sapere senza amore per il sapere. Questi insegnanti hanno incarnato ai nostri occhi uno “stile”, che è il modo di dare forma a una forza, di rendere il sapere vivo, agganciato alla vita, di abitare un’etica della testimonianza che rifiuta qualunque criterio normativo di esemplarità. Lo stile è il modo singolare con il quale un docente entra, lui stesso, in rapporto con il sapere.

Questo stile si manifesta in maniera profonda principalmente nella sua voce, che fa vibrare il sapere che trasmette. È la voce che dà carne e spessore alla parola. Non esce dal corpo, ma è corpo».

L’insegnante, inoltre, deve essere poi colui che sa spiegare, inteso cioè come il togliere le pieghe alle cose, ma senza togliere le piaghe alle cose, cioè il loro mistero, l’aspetto che non si può spiegare: infatti, il sapere non si può mai sapere tutto perché è per struttura bucato; vi è, in altre parole, una impossibilità di sapere tutto.

Il docente è ancora anche colui che sostare al crocevia, dove si mostrano più chiari il cammino compiuto e quello ancora da percorrere. Sa che davanti a sé non ha numeri, ma dei volti, volti che nascondono storie. Sa far venire fuori i talenti nascosti e valutare l’apprendimento, il quale «non avviene – citando ancora testo sopra indicato – per travaso passivo da un bicchiere più pieno a uno più vuoto, perché il modello sul quale si fonda non è mai quello di un vuoto da riempire quanto di un vuoto da aprire».

L’insegnante vero, infine, è colui che sa far nascere e coltivare il dubbio, il quale è come una spezia o il sale: è necessario, ma allo stesso tempo non deve diventare sospetto eccessivo.

Ci sono, allora, due estremi da evitare: non dubitare di niente e dubitare di tutto.

Solo se l’alunno è stimolato dall’interno ci si permettere di vederlo in ricerca tra i libri per comprendere la vita che sta vivendo.

Allora saranno proprio vero che «leggi un libro veramente solo quando è lui che ti legge».