
«Era troppo perspicace, troppo saggio per poter vivere, troppo debole per lottare, debole come lo sono le creature nobili, belle…»
(Milena Jesenská su Kafka)
Quando ero docente di lettere, amavo provocare i miei studenti con una domanda: «Davvero Leopardi è pessimista?». La risposta che mi aspettavo era un “sì” sicuro, perché così ci hanno insegnato: il poeta del nulla, della disperazione, del pessimismo cosmico.
Ma io ribattevo: «Non sono d’accordo. Perché chi si innamora, chi non riesce a smettere di innamorarsi, non può essere definito un pessimista». E Leopardi, credetemi, era innamorato. Della Vita, dell’Amore, dell’Assoluto.
Solo che si sentiva tagliato fuori, non accolto, sedotto e abbandonato.
Prendiamo la sua lirica “A se stesso”: «Or poserai per sempre, / stanco mio cor».
Leopardi “ordina” al suo cuore di riposarsi. La sua, non è la voce di chi odia la vita, ma di chi ha amato troppo e ora si arrende. Il cuore è stanco, sì, ma perché ha palpitato senza misura, ha sperato fino all’ultimo inganno: «Perì l’inganno estremo, / ch’eterno io mi credei».
No, non è nichilismo: è il dolore di chi ha creduto all’eternità dell’amore e scopre, incredulo, che non c’è più, ha lasciato il posto al vuoto, al silenzio, all’assenza. E tuttavia Giacomo non si arrende: ancora attende, cerca ancora, spera e dispera, per quanto provi a convincersi che non ne valga più la pena.
Quando spiegavo questi versi in classe, aggiungevo: «Ragazzi, lo vedete? Leopardi non smette mai di cercare la felicità, anche quando la dichiara impossibile». E aggiungevo: «Perciò il suo non è pessimismo: è amore ferito».
Proprio così. Chi scrive: «Posa per sempre. Assai / palpitasti» non è un uomo che non ha mai creduto, ma uno che ha creduto troppo. Ha amato la vita con tale intensità da sentirsi tradito quando questa gli appare come «amaro e noia». E allora la condanna: «La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo».
Solo che questa è la rabbia di chi ha sperato e disperato fino all’ultimo, non l’indifferenza di chi non ama.
E poi quella chiusa terribile: «Dispera l’ultima volta… e l’infinita vanità del tutto».
Non è la resa di un cuore arido, ma il grido di chi ha cercato senso in ogni modo e sine modo, e ora si sente smarrito.
Eppure, continua a cercarlo, quel senso, a dispetto di quante volte ordini a se stesso di farla finita una volta per tutte. No, decisamente Leopardi non è il poeta del nulla: è il poeta dell’eccesso di amore nell’eccesso di lucidità.
Mi sovviene un’analogia con la vita e la scrittura di Franz Kafka. La sua corrispondente, traduttrice e amante Milena Jesenská scriveva di lui: «Era troppo perspicace, troppo saggio per poter vivere, troppo debole per lottare, debole come lo sono le creature nobili, belle, che non sono capaci di accettare la lotta contro la loro paura dell’incomprensione, della mancanza di bontà, della menzogna intellettuale».
Giacomo e Franz, fratelli in umanità, consanguinei in fragilità. Due uomini che hanno visto troppo chiaro per vivere sereni. Divorati da troppa sete di verità, troppa fame di Amore, e per questo incapaci di adattarsi a un mondo che non tollera – come direbbe John Williams in Stoner – alcuna «eccezione all’opinione condivisa».
Leopardi e Kafka: non pessimisti, ma innamorati traditi.
E forse è proprio questo che li rende immortali: la loro ferita è anche la nostra.
Kakfa e il punto di non ritorno: «Da un certo punto in avanti non c’è più ritorno. È questo il punto che bisogna raggiungere».
Kafka e l’attesa in solitudine: «Non occorre che tu esca di casa. Resta seduto al tuo tavolo e ascolta. Neppure ascoltare, aspetta soltanto, sii quieto, immobile e solo. Il mondo si offrirà a te per essere smascherato; non può fare a meno di farlo; in estasi rotolerà ai tuoi piedi».
Kafka a Milena Jesenská: «Amore è che tu sei per me il coltello col quale frugo dentro me stesso».



























