Il pensiero complesso e il tramonto dell’antropocentrismo

Tra i tanti cambiamenti apportati dallo studio dei sistemi complessi ed in particolar modo di quelli che concernono il vivente, portatori a dirla con John Newman di una sostanziale connected wiew delle cose e non ancora metabolizzata nel suo pieno spessore concettuale, stanno sempre più prendendo piede i risultati provenienti dal mondo delle piante col loro carico di sorprese di varia natura;  ‘ben compresi’ come auspicava negli anni ’30 del secolo scorso il gesuita e paleontologo Pierre Teilhard de Chardin nei confronti della teoria dell’evoluzione, possono contribuire  a mettere in piedi una ulteriore ‘umiliazione gnoseologica’, così come è stata chiamata, dopo quelle già subite  (copernicana e  darwiniana), che hanno spodestato l’uomo dal centro dell’universo e dal centro della natura. Dopo la successiva freudiana  che ha fatto emergere a sua volta l’esistenza di un altro continente con specifiche dinamiche come l’inconscio oltre il nostra ragione,  quella che si preannuncia con le piante potrebbe ridimensionare le nostre pretese di essere gli unici a produrre forme di comunicazione e di pensiero di tipo relazionale;  ma per capire le articolazioni del loro mondo col connesso vissuto, hanno avuto bisogno di particolari approcci scientifici  come quello messo in atto negli anni ’50 del secolo scorso da parte della scienziata americana Barbara McClintok (Lo sguardo femminile nella scienza, 6 febbraio 2025) col trattenersi con esse come se fossero delle persone bisognose di attenzione e di rispetto. Nello scetticismo generale della comunità scientifica dell’epoca, sono state scelte di proposito quelle piante di mais improduttive  per capirne la diversità; esse sono state ascoltate sino ad immedesimarsi ed entrare in stretta empatia con i singoli cromosomi, metodo di ricerca  non certamente ortodosso,  ma che l’ha portata ad essere un ‘cuore pensante’,  nel senso di Etty Hillesum,  della loro situazione e a scoprire il meccanismo della trasposizione genetica, scoperta che le ha permesso di approdare al Premio Nobel per la Medicina  nel 1983, anche  per le ricadute nel campo della ricerca oncologica.

In tal modo è stato possibile individuare il loro ‘fattore vitale’ che per tanto tempo è stato ‘misconosciuto’ come ha affermato nel 1985 Henry Hobhouse in un pioneristico lavoro, da alcuni definito rivoluzionario, dal titolo Semi del cambiamento. Cinque piante che hanno trasformato l’umanità, ancora tra l’altro non tradotto in italiano; tale opera ha guidato le ricerche condotte in questi ultimi anni da Raffaele Testolin, genetista presso l’Università di Udine, sulla scia degli studi  di Ross Ferguson  dell’Institut for Plant di Auckland, autore della prefazione ad un suo lavoro Piante e popoli. Le specie che hanno fatto la storia dell’uomo (Udine, Forum Ed. Universitaria, 2024). Piante e popoli si presenta da una parte come l’esito di un percorso durato quasi una vita dedita allo studio del ruolo avuto dalle diverse piante (cereali, patate, cotone, banane, caffè, thè e tante altre) nella storia dell’umanità; e dall’altra  racconta come l’uomo grazie alla “fortunata evoluzione del suo cervello” e alla particolare “tendenza all’organizzazione sociale”, si è posto “nel mondo dei viventi” con l’usare “a volte male questa capacità di primeggiare, rendendo la vita difficile a piante da cui aveva avuto molto”. Testolin muove la sua indagine storico-scientifica partendo da questo assunto e ci consegna una non comune storia per indagare il ruolo avuto dalla “nascita delle agricolture”, dai “botanici a servizio di sua maestà” o plant huntersche, in seguito alle scoperte geografiche e inviati dai vari sovrani, riuscirono a trovare delle piante a partire dalle patate che si rivelarono ben presto altrettanto strategiche, come le miniere, non solo sul piano alimentare ma anche nel campo della farmacopea dove un ruolo centrale lo ebbe il chinino. Ma di tali piante, nuove per i “botanici avventurieri” occidentali  che si limitarono a classificarle e a descriverle ma che esistevano già nei luoghi conquistati, furono carpiti “i segreti”  col diventare parte dell’esperienza alimentare  e sociale, esperienza che portò a quello che Hobhouse ha chiamato ‘i semi del cambiamento’; da tutto questo è emerso il perno dell’evoluzione della “diversità genetica” che ha permesso, ad esempio, ai cereali di sopravvivere e con essi la stessa umanità.

Storia vegetale e storia umana in Piante e popoli si intrecciano e contribuiscono a creare le condizioni di base per far capire la stretta interdipendenza tra uomo e natura ed il fatto che il loro destino viaggia all’unisono, donde la necessità di conoscere sempre più in profondità i rispettivi ruoli dal cui equilibrio dipenderà il reciproco futuro; i molti capitoli illustrano quelle che si possono considerare vere e proprie avventure per la conquista dell’uso del pepe,  della canna  da zucchero,  della patata, del mais, del riso, del pomodoro, del cotone, del tabacco, della vite, del melo, delle banane, del caffè, del tè, del cacao, dell’albero della gomma, della palma da olio e di altre spezie. Raffaele Testolin ci offre un quadro unitario, un “taglio” particolare nel mettere insieme le non lineari vicende della “storia umana, l’evoluzione e l’addomesticamento delle specie vegetali da una parte e il loro stato di salute, cioè la loro ricchezza (o povertà) genetica dall’altra”; e tutto questo per delineare  un programmatico “sguardo al futuro” all’interno di una “visione del mondo” che deve avere come obiettivo primario la difesa della “diversità genetica” col tenere presente quella che sulla scia di Marcello Buiatti si può considerare ‘il benevolo disordine della vita’, come recita un suo libro. Se sino a qualche tempo fa difendere la diversità genetica era per lo più dovuto a “ragioni di etica astratta o per gusto estetico”, oggi è strategico farlo “perché è il motore della vita e della sopravvivenza delle specie”; non a caso si lodano le iniziative presenti in varie parti del mondo deputate al “recupero della diversità genetica nei luoghi di origine”, nel metterli in luoghi di sicurezza come i centri di conservazione del germoplasma, e soprattutto gli sforzi tesi a mettere da parte gli “incroci di poche linee genetiche di grande valore mercantile” per lasciare spazio a “strategie di incrocio più complesse” miranti ad avere una mappa genetica più ampia, strategie che sono sorte grazie alle tesi sostenute da quella voce dell’ambientalismo scientifico che è stata Rachel Carlson nel suo lavoro dal significativo titolo Primavera silenziosa, che per Testolin sta facendo ormai “stabilmente breccia nel mondo scientifico e nella comunità umana”.

Su altro versante, ma  diremmo complementare, si muove un altro lavoro che prende in esame la lunga storia  ‘cognitiva’ delle piante di circa cinquecento milioni di anni per renderle soggette di un confronto da cui si possono “imparare” molte cose per la nostra vita deviata da una certa Modernità verso sentieri sempre più ristretti e unilaterali dove l’antropocentrismo esasperato ha impedito riconoscere il volto dell’Altro ed in questo caso del mondo vegetale con le sue dinamiche “relazionali’ che si stanno rivelando sempre più strategiche per le nostre sorti e del mondo intero; tenerne debitamente conto può permettere di tracciare un ‘nuovo Antropocene’ (Per una visione agapica dell’Antropocene, 3 marzo 2022), con la coscienza critica di essere immersi in una rete, il cui esempio paradigmatico lo si può trovare nelle piante che rappresentano un tipico sistema nel senso della scienza dei sistemi complessi. E non a caso, grazie ad una non comune immersione nelle categorie o ‘forze più vive’ del pensiero complesso, come le ha chiamate Mauro Ceruti nel suo ultimo lavoro, scritto con Francesco Bellusci, Per una civiltà della terra (Sansepolcro, Aboca 2026), se ne tiene conto da parte di Stella Saladino nella sua prima opera  Pensa come una pianta. Modelli cognitivi del mondo vegetale per trovare soluzioni e idee innovative, con prefazione di Oriana Persico (Trèfoglie- Flaco Edizioni, 2022); ed il tutto è finalizzato a trovare soluzioni innovative nel campo economico in quanto l’autrice, oltre ad essere una divulgatrice delle ultime scoperte in campo botanico, è ideatrice del Plants Inspirational Coaching, proprio per essere il più possibile creativi nei momenti cruciali delle decisioni all’interno dell’impresa.

Ma ciò che salta subito all’occhio in Pensa come una pianta, è l’approccio metodologico analogo a quello messo in atto da Barbara McClintok, quello di  confrontarsi quasi alla pari con una pianta da persona a persona, da imparare dalla sua storia e ascoltarla nelle  diverse pieghe; con tale processo di de-antropologizzazione o meglio di decentramento, emergono le profondità del mondo vegetale  nella loro singolarità ed unicità che si donano quasi nel prestarci un modello di conoscenza per la vita. Se correttamente interpretate alla luce di una metodologia indiziaria, tipica delle scienze storiche ed in uso anche in diverse scienze naturali come la biologia e l’astronomia, lanciano dei precisi segnali, quasi degli ammonimenti e vere e proprie lezioni che se ben metabolizzate possono diventare da guida in vari contesti umani. Dalle piante, se ascoltate nel loro autentico modo di essere, possiamo trarre alcuni fondamentali “insegnamenti”, il primo dei quali per la Saladino è quello di prendere atto, nel guardare un essere vivente più piccolo, che ci possano essere comportamenti diversi da quelli messi in atto da noi esseri umani; “pensare come una pianta” è farsi un ‘cuore pensante’ delle sue ragioni più nascoste che colte nel loro pieno spessore concettuale permettono “un cambio di prospettiva, di paradigma”. Bisogna abituare la nostra mente a pensare, ad esempio, “cosa farebbe un albero al mio posto” di fonte ad una qualsiasi difficoltà e questo è un vero e proprio “problem solving creativo”; e primo punto saliente è quello di costringerci a porci delle “domande in più” che già di per sé è una procedura feconda sul piano euristico in quanto darebbe più importanza a ciò che sembra a prima vista insignificante, un fattore marginale che se invece viene preso in carica potrebbe diventare una risorsa, cognitiva ed esistenziale insieme, anche perché, come i Maestri Greci ci hanno insegnato, bios e logos si intrecciano continuamente  e si arricchiscono reciprocamente.

Vedere un ulivo con i suoi nodi ed intrecci è come avere a che fare con la complessità, prendere coscienza delle ‘mille ragioni’, per parafrasare Leonardo Da Vinci, che lo hanno portato ad essere tale, e farne la millenaria storia è come ricostruire un passato fatto di temperie varie, di difficoltà ambientali avverse insieme con le modalità con cui sono state superate; per questo nell’ultima parte di Pensa come una pianta, si arriva a dare concretezza alla lezione imparata una volta fatti propri i modelli cognitivi dell’intero pianeta dei vegetali col loro pieno di relazionalità e di solidarietà intrinseche. E non a caso Stella Saladino si sofferma sul workout, su come allenarsi sia a livello individuale che in gruppo nel fare nostre le molteplici funzioni delle piante in grado di arrivare a distribuirle nel loro intero corpo secondo uno schema modulare; e, soprattutto, da esse si può imparare a come sopravvivere in quanto sono un esempio lampante di interdipendenza, di una messa in rete delle risorse che vengono messe a disposizione di tutto il tessuto vegetale. La loro “calma”, il loro modo unico di gestire i cambiamenti, le loro forme di comunicazione anche se invisibili, inoltre, possono essere d’aiuto per noi per concentrarci e focalizzarci su un problema per trovarne una migliore soluzione; nello stesso tempo, ascoltarle nel loro apparente mutismo è un modo per fare spazio alla vita che scorre attraverso le radici, fatto che la Naturphilosophie nel primo Ottocento aveva intuito. Se ben ascoltate e comprese, possono aiutarci a s’enraciner, nel senso di Simone Weil, su nuove basi e a tracciare la rotta per un diverso Antropocene.

Piante e popoli e Pensa come una pianta ci offrono, pertanto,  dei ‘rimedi razionali’, a dirla con Hélène Metzger, da una parte per colmare i  debiti che abbiamo verso il mondo vegetale col mettere dei limiti alla nostra padronanza e, dall’altra, per ricostruire dei percorsi  basati strategicamente su una nuova alleanza con esso che offrano ‘una nuova opportunità agli abitanti della Terra, umani e non-umani’, come hanno scritto Mauro Ceruti e Francesco Bellusci  in Il secolo della fraternità; ma da parte degli uomini c’è bisogno di dare corso nel XXI secolo ad una nuova sfida quella ‘del coraggio condiviso dell’autolimitazione’  che non deve essere intesa come una resa per l’ulteriore umiliazione gnoseologica subita, ma come una risorsa per ridisegnare i contorni del ‘vangelo della fraternità’, come lo ha chiamato Edgar Morin, ed essere insieme dei nuovi ‘Adami sulla sponda del Rubicone’ (Come essere nuovi ‘Adami sulla sponda del Rubicone’, 22 agosto 2024).


Articolo precedenteChi alimenta l’antisemitismo… e il bisogno di pace
Articolo successivoTassi sui Mutui
Mario Castellana, già docente di Filosofia della scienza presso l’Università del Salento e di Introduzione generale alla filosofia presso la Facoltà Teologica Pugliese di Bari, è da anni impegnato nel valorizzare la dimensione culturale del pensiero scientifico attraverso l’analisi di alcune figure della filosofia della scienza francese ed italiana del ‘900. Oltre ad essere autore di diverse monografie e di diversi saggi su tali figure, ha allargato i suoi interessi ai rapporti fra scienza e fede, scienza ed etica, scienza e democrazia, al ruolo di alcune figure femminili nel pensiero contemporaneo come Simone Weil e Hélène Metzger. Collaboratore della storica rivista francese "Revue de synthèse", è attualmente direttore scientifico di "Idee", rivista di filosofia e scienze dell’uomo nonché direttore della Collana Internazionale "Pensée des sciences", Pensa Multimedia, Lecce; come nello spirito di "Odysseo" è un umile navigatore nelle acque sempre più insicure della conoscenza.