
Di Savino Gallo
Un pregiudizio diffuso, conseguenza anche di una conoscenza della storia fondata sulle ricostruzioni cinematografiche, è la convinzione che il passato, remoto e prossimo, sia quasi identico al presente, che vi siano idee e valori perenni ed universali.
L’individualità è un’idea, anzi un valore centrale nella concezione del mondo del nostro tempo ed è ritenuto un valore universale e perenne. La valutazione che il mondo antico e medioevale aveva dell’individuo era invece ben diversa dal nostro tempo e non aveva affatto una connotazione positiva.
Scriveva Aristotele: “È evidente dunque e che lo stato esiste per natura e che è anteriore a ciascun individuo: difatti, se non è autosufficiente, ogni individuo separato sarà nella stessa condizione delle altre parti rispetto al tutto, e quindi chi non è in grado di entrare nella comunità o per la sua autosufficienza non ne sente il bisogno, non è parte dello stato, e di conseguenza è o bestia o dio.” L’essenza dell’uomo è il suo appartenere ad una comunità, che egli considera anteriore al singolo individuo.
Nel pensiero antico il concetto di individuo era legato in origine a quello di “atomo”. Cicerone traduceva quest’ultimo termine con l’espressione “corpora individua”, gli elementi primi non ulteriormente divisibili. Sempre Cicerone, nel De officiis, scriveva, “è contro natura che l’individuo cerchi di aumentare il proprio utile a danno altrui“. Nel soddisfacimento dei propri istinti individuali si riteneva esprimesse una prevaricazione che è ribellione contro la natura stessa delle cose.
Il Medioevo condivideva l’identica rappresentazione. Scriveva Tommaso d’Aquino: “Individuo è ciò che rimane indiviso in sé stesso, e diviso da qualunque altro essere, senza che sia possibile un’ulteriore suddivisione“. In questa concezione atomistica l’individuo era considerato un limite del pensiero, l’ulteriormente irriducibile, che, in quanto tale, è incomunicabile. In questa rappresentazione l’individuo era percepito come limite, un elemento lontano dalla razionalità, che si esprimeva nel mondo e nel corpo sociale e in quanto tale fonte di possibile perturbazione della natura delle cose, incarnando un principio egoistico rispetto a quello universale che si esprime nella società.
La diffidenza nei confronti dell’individuo continuò a permanere anche nelle epoche successive. La coscienza del cristiano doveva esprimersi nell’accettazione della tradizione e dell’autorità, il voler contrapporre a queste il giudizio del singolo era considerato un delirio della mente.
Nello scontro tra cattolici e riformati vi fu la prima manifestazione di un mutamento nella concezione dell’individuo. Il contrasto avvenne sulla tesi della fede come libero atto individuale anziché accettazione di regole universalmente accettate. Nel mondo cattolico tali regole erano invece considerate come il discrimine tra fede e superbia.
Il ribaltamento delle posizioni tradizionali fu completato nel Seicento, quando l’individuo da residuo ultimo non ulteriormente riducibile, divenne il fondamento di ogni realtà. Fu Cartesio a fondare sul singolo in quanto sostanza pensante la prima realtà indubitabile su cui ricostruire l’intero campo del reale e, indirettamente, del sociale. Scriveva nel Discorso sul metodo: “Ma, subito dopo, m’accorsi che, mentre volevo in tal modo pensare falsa ogni cosa, bisognava necessariamente che io, che la pensavo, fossi pur qualcosa. Per cui, dato che questa verità: io penso, dunque io sono, è così ferma e certa che non avrebbero potuto scuoterla neanche le più stravaganti supposizioni degli scettici, giudicai di poterla accogliere senza esitazione come il principio primo della mia filosofia.”
In ambito di filosofia politica la posizione di Hobbes ricalca quella di Cartesio. Hobbes considera l’individuo come proprietario della propria persona ed egli nulla deve alla società. A questa tesi può essere fatta risalire la radice dell’individualismo nella filosofia politica, poi identificatasi nel liberalismo. Ma fu soprattutto con l’Illuminismo che l’individuo divenne valore essenziale, considerato portatore di ragione, che aspira a migliorare sé stesso e che rifiuta di sottomettersi passivamente a principi già dati solo in quanto dichiarati autorevoli. Sono i valori della borghesia che aspirano a divenire valori universali. Il borghese colto diviene il cittadino dello Stato liberale, assunto in cui è implicito un conflitto potenziale tra gli interessi del singolo e quelli della comunità.
La diffidenza del mondo antico e medioevale nei confronti dell’individuo conseguiva appunto dal fatto che il singolo era considerato come un potenziale elemento di turbamento dell’ordine sociale, soggetto che poteva innescare conflitti potenzialmente in grado di disgregare lo stesso ordine. L’ordine sociale si manifesta anche nei rapporti tra i diversi soggetti sociali in relazione al ruolo da essi svolto nella gerarchia della società fenomeno che nella storia e nella sociologia si definisce con il termine “consenso”. Con questo termine si deve quindi intendere l’adesione ai valori e la condivisione ed accettazione dei caratteri fondamentali dell’assetto politico, economico e giuridico di quella società, nonché le modalità con cui si distribuiscono i beni materiali ed immateriali. Da queste forme di distribuzione conseguono la collocazione nella gerarchia sociale, con le relative differenze nell’accesso ai beni.
Le questioni relative all’ordine sociale ed al consenso sono state oggetto di riflessione già in Platone, che intende per giustizia l’accettazione e lo svolgimento del proprio compito (ruolo) ed è esso a garantire l’unità dello stato e l’accordo nella comunità.
L’individuo, come è oggi inteso, è un “tipo ideale”, incarnazione del borghese colto e della razionalità borghese. Inoltre l’individualismo, valore della borghesia condivisa progressivamente dalla piccola e media borghesia, è divenuto nel recente passato un valore fatto proprio anche dalle classi popolari.
Scriveva A. Smith ne “La ricchezza delle nazioni”: Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro desinare, ma dalla considerazione del loro interesse personale. Non ci rivolgiamo alla loro umanità ma al loro egoismo, e parliamo dei loro vantaggi e mai delle nostre necessità.
In Smith appare scontato che l’egoismo fosse sempre contenuto, limitato, che il singolo fosse moralmente corretto e rispettoso delle leggi, del prossimo e della parola data.
Il mercato e l’interesse individuale non garantiscono affatto l’elemento centrale di un sistema economico che mira al profitto, ossia la fiducia e il suo corrispondente giuridico della fiducia, ossia l’osservanza degli obblighi contrattuali, rispetto che oggi è garantito solo dalla forza dello Stato.
L’universalizzazione dell’individualismo, non contenuto dalla cultura e dalla razionalità borghese, corre continuamente il rischio di degenerare il solipsismo e con esso nella convinzione che il potenziale conflitto tra società ed individuo debba sempre risolversi a vantaggio di quest’ultimo. L’individualismo popolare ha inoltre fatto propri i dis-valori della società dei consumi. Il senso dell’esistenza, la “felicità”, è intesa (fraintesa) come l’illimitata autonomia del desiderio individuale e la società un’entità composta da singoli animati da un individualismo egocentrico estremo, la cui identità consiste nel perseguire i propri desideri ed impulsi. Il problema dei valori si riduce al solo denominatore comune di un’illimitata sovranità del singolo, che è un totale travisamento del vero significato di libertà.
Nel nostro tempo la parabola dell’individualismo si è compiuta, il comportamento del singolo da fattore di progresso nel sapere e nella società dell’Illuminismo è tornato ad essere ciò che temeva e condannava l’antichità e il Medioevo, ossia un limite, un elemento lontano dalla razionalità ed una possibile fonte di perturbazione dell’ordine sociale, esprimendo un principio egoistico in contrasto con i valori che reggono la coesione sociale.
L’universalizzazione dell’individualismo è andato parallelamente con la dissoluzione del senso di appartenenza alla comunità e all’adesione istintiva all’ordine sociale della stessa comunità.
Alla base vi è un totale fraintendimento del significato del termine “libertà”. Nella filosofia politica si distingue tra libertà negativa e libertà positiva.
Sia la libertà negativa che positiva hanno pieno riconoscimento nella nostra Costituzione, mentre l’idea di un’illimitata sovranità del singolo non rientra in nessuna della due concezioni. Storia e psicologia mostrano come ribellismo anarchico e sottomissione masochistica siano due facce della stessa medaglia, coloro che aspirano ad una libertà fraintesa come un’illimitata sovranità del proprio ego, sono quasi sempre pronti a sottomettersi ad un capo assoluto.



























