
«Perdonaci per non averti saputo proteggere e curare, per aver ridotto la sanità uno sfascio, per aver ucciso il merito e per privilegiare la cialtroneria. Perdonaci, se puoi»
(Dal Web)
«È senza condizioni discriminanti la salute che vogliamo, sia essa di un disabile come di un bambino, di un immigrato come di un connazionale, di un anziano come di un disoccupato o di un lavoratore«
(Daniela Francese da Sanità spa)
Il piccolo Domenico, bimbo trapiantato di cuore a Napoli il 23 dicembre 2025, è morto per il precipitare irreversibile della sua condizione clinica, con un collassamento di tutti gli organi interni dovuto al fatto che l’organo inserito, proveniente da un donatore di Bolzano era “bruciato”, e quindi non più utilizzabile.
E tuttavia i medici lo hanno impiantato nel suo corpicino, mandando in malora il resto dell’organismo fino al tragico epilogo.
A nulla sarebbe servito impiantargli un secondo cuore, che era disponibile, e che è stato dirottato altrove, per salvare un’altra vita.
Questi, succintamente, i fatti.
Però da questi fatti emergono due cose, che sono di solare evidenza e che meritano una stringata analisi.
Anzitutto, com’è possibile che il cuore sia “bruciato” durante il trasporto da Bolzano a Napoli?
La risposta, riportata dai media, è che per tenerlo al fresco, non bastando il ghiaccio già presente nel contenitore per il trasporto, è stato aggiunto altro ghiaccio. Ma non ricavato dal congelamento dell’acqua. Bensì è stato usato ghiaccio secco, ovvero anidride carbonica allo stato solido. Che però ha bruciato il cuore.
E già questa condotta è incredibile perché medici e paramedici dovrebbero conoscere gli effetti dell’uso del ghiaccio secco.
Ma, non sembrando sufficiente tale “distrazione”, già gravissima, che ha reso inutilizzabile ed ha distrutto un prezioso organo di cui tanti, in lista d’attesa, hanno bisogno per continuare a vivere, i medici hanno inserito nella cavità toracica del piccolo Domenico il cuore danneggiato, mandando in sofferenza e poi in necrosi, tutti gli altri organi, così cagionando la morte del paziente.
La morte di Domenico è la somma agghiacciante di un doppio errore che non doveva accadere.
Ma invece è accaduto.
Non voglio qui analizzare i profili della responsabilità civile e penale delle equipe mediche coinvolte. Nei loro confronti già sono state aperte indagini interne ai due ospedali interessati e da parte dei magistrati competenti che hanno già provveduto ad iscrivere nel registro degli indagati i “presunti” autori della morte del piccolo Domenico.
No. Qui quello che interessa è capire come si sia potuti arrivare ad un livello così estremo di criminale incompetenza (al quadrato!).
Possibile che i medici e gli infermieri coinvolti non abbiano avuto contezza che stavano danneggiando un cuore, e, a cuore danneggiato, che il suo impianto avrebbe causato danni irreversibili?
La risposta è: possibile, ovviamente.
Ma come siamo arrivati a questo punto?
Premetto che sono assolutamente sicura che nessuno del personale coinvolto abbia agito dolosamente.
Invece, e dico un’altra ovvietà, le condotte adottate sono tacciabili di colpa grave e gravissima.
Colpa significa, in questo caso, superficialità, negligenza, approssimazione, pressappochismo.
Di questo si sono macchiati quanti hanno fatto morire il piccolo Domenico.
Sono insane caratteristiche che vengono da lontano.
Vengono anzitutto da una concezione sociale che si fonda sulla velocità, sulla mancanza di attenzione, sull’assenza di approfondimento, sulla valutazione delle persone in base al parametro di quanto guadagnano, sulla competizione selvaggia, ma spesso “drogata”, e che “non fa prigionieri”.
Poi da un sistema per reclutare il personale che non è sempre lineare e trasparente e che assume i docenti universitari senza valutazione del merito, ma solo in base alle entrature politiche ed accademiche.
Di pochi giorni fa è la notizia di un concorso universitario farlocco per l’assunzione del trentatreenne figlio del primario, nonché rettore (in uscita) dell’Università di Verona, come ordinario a otorinolaringoiatria, che aveva, nel suo curriculum, pubblicazioni a valanga che neanche una vita basterebbe.
Grazie all’interessamento della stampa, quando fa il suo lavoro, questa oscenità è stata fermata.
D’altro canto, non è forse di qualche settimana fa la notizia che in pieno Senato il prof. Crisanti, eletto nelle file del PD, microbiologo di chiara fama, che abbiamo imparato a conoscere ai tempi del Covid, ha denunciato che in quarant’anni non vi è stato un concorso universitario che abbia premiato il più meritevole anziché il più ammanicato?
Per tacere del livello cui è giunta, dopo anni di tagli e corruzione, la sanità pubblica, volutamente affossata per favorire, a parere di chi scrive (peraltro i fatti sono lì a dimostrarlo) la sanità privata, quindi l’illimitato profitto. Sulla pelle dei cittadini-pazienti, molti dei quali rinunciano alle cure non potendo permettersi altro che ricorrere ai medici del sistema sanitario nazionale.
Dunque, la morte di Domenico è figlia legittima di come ci siamo ridotti in questo Paese, dove il diritto alla salute è in profonda sofferenza, dove una TAC, se ti rivolgi all’ASL, ti viene prenotata tra dodici mesi, dove la grandissima parte degli studenti di medicina spera in un lavoro lucrativo, senza avere minimamente a cuore le persone che cureranno, dove le baronie universitarie crescono impunemente. E dove chi studia è corbellato da un sistema che lo marginalizza anziché premiarlo.
E dove, purtroppo, noi cittadini assistiamo impotenti senza sapere che fare per venirne fuori.























