
«Dio è in noi, ma vi è prigioniero. Sì, gli antichi avevano ragione; lo spettacolo più bello concesso agli dei immortali è la lotta dell’uomo buono alle prese col destino (Seneca), è sopra tutto la lotta universale dell’uomo con se stesso, dell’io buono contro l’io cattivo, del bene controil male»
(Henri-Frédéric Amiel)
Il conflitto tra Israele e Palestina è dei conflitti più complessi, longevi e dolorosi della storia contemporanea. Fomentato da decenni di tensioni politiche, religiose e territoriali, questa disputa ha segnato profondamente il Medio Oriente, coinvolgendo la comunità internazionale e incidendo sulle vite di milioni di persone, in particolare civili palestinesi e israeliani.
Per comprendere le ragioni profonde della guerra israelo-palestinese, è necessario risalire agli ultimi decenni dell’Ottocento, quando il movimento sionista iniziò a promuovere la creazione di una patria per il popolo ebraico in Palestina, allora parte dell’Impero Ottomano. Alla fine della Prima Guerra Mondiale, la Palestina passò sotto il mandato britannico, mentre la popolazione locale era composta prevalentemente da arabi palestinesi, sia musulmani sia cristiani, accanto a una minoranza ebraica.
La Dichiarazione Balfour del 1917, con la quale il governo britannico si dichiarava favorevole alla creazione di un “focolare nazionale” ebraico in Palestina, accentuò le tensioni tra le due comunità. Nel corso degli anni ’20 e ’30 del Novecento, l’immigrazione ebraica aumentò considerevolmente, alimentando il malcontento della popolazione araba locale, che temeva di perdere la propria terra e identità.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, il dramma dell’Olocausto spinse la comunità internazionale, e in particolare le Nazioni Unite, a proporre nel 1947 un piano di spartizione della Palestina in due Stati: uno ebraico e uno arabo, con Gerusalemme sotto amministrazione internazionale. Gli ebrei accolsero il piano, mentre gli arabi lo respinsero, considerandolo ingiusto.
Il 14 maggio 1948 Israele proclamò la propria indipendenza. Il giorno successivo, una coalizione di Paesi arabi attaccò il nuovo Stato, dando origine alla Prima guerra arabo-israeliana. Israele riuscì a respingere gli attacchi e ad ampliarsi rispetto ai confini originali previsti dall’ONU. Per la popolazione palestinese, questo evento rappresentò la “Nakba” (catastrofe): circa 700.000 persone furono costrette a lasciare le proprie case, dando vita al problema dei rifugiati palestinesi che ancora oggi resta irrisolto.
Negli anni successivi si susseguirono altre guerre e crisi, tra cui la Guerra dei Sei Giorni (1967), durante la quale Israele occupò la Cisgiordania, Gerusalemme Est, la Striscia di Gaza, il Sinai e le Alture del Golan. L’occupazione dei territori palestinesi segna tutt’oggi uno dei principali nodi della disputa.
La crescente frustrazione dei palestinesi sfociò, tra il 1987 e il 1993, nella Prima Intifada, una rivolta popolare contro l’occupazione israeliana in Cisgiordania e Gaza. Questo movimento spinse la comunità internazionale a rilanciare il processo di pace, che raggiunse un momento cruciale con gli Accordi di Oslo del 1993, firmati da Yitzhak Rabin e Yasser Arafat sotto la mediazione degli Stati Uniti. Gli accordi prevedevano il ritiro parziale di Israele dai territori occupati e la costituzione di un’Autorità Nazionale Palestinese.
Tuttavia, i negoziati subirono molte battute d’arresto. L’assassinio di Rabin, la radicalizzazione di alcune fazioni, l’espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania e il persistere degli attacchi terroristici crearono un clima di sfiducia reciproca, fino allo scoppio della Seconda Intifada (2000-2005), caratterizzata da attentati suicidi, operazioni militari e pesanti perdite civili da entrambe le parti.
Oggi il conflitto israelo-palestinese si concentra principalmente su due aree: la Striscia di Gaza e la Cisgiordania. Gaza, governata dal movimento islamista Hamas dal 2007, vive sotto un blocco economico e militare imposto da Israele e, in parte, dall’Egitto. Negli ultimi anni, numerosi conflitti armati tra Hamas e Israele hanno provocato migliaia di vittime civili, distruzioni diffuse e una crisi umanitaria cronica.
La Cisgiordania, amministrata parzialmente dall’Autorità Nazionale Palestinese, è attraversata da una crescente presenza di insediamenti israeliani considerati illegali dalla comunità internazionale. La costruzione del muro di separazione, le restrizioni alla circolazione e gli scontri tra coloni e comunità palestinesi acuiscono il senso di frustrazione e impotenza.
L’impatto umanitario della guerra è devastante. Civili, in particolare bambini e anziani, pagano il prezzo più alto: vittime di bombardamenti, sfollamenti, privazioni di beni essenziali come acqua, cibo, cure mediche. Gruppi armati non identificati sparano sulla folla senza remore. Le organizzazioni internazionali denunciano inutilmente e regolarmente le violazioni dei diritti umani da entrambe le parti, chiedendo cessate il fuoco e soluzioni durature. Nessuno ascolta, nessuno vuole ascoltare. Solo attraverso il rispetto dei diritti umani, il dialogo e la volontà politica forse sarà possibile, un giorno, intravedere la pace tra questi due popoli.
La comunità internazionale ha sempre avuto un ruolo centrale e tante colpe, nonostante in apparenza abbia alternato condanne, mediazioni, missioni di pace e sostegno umanitario. Gli equilibri geopolitici, interessi economici e divergenze tra i principali attori globali (USA, Unione Europea, Russia, Paesi arabi) hanno sempre reso inefficace ogni tentativo di mediazione.
Al cuore della guerra non ci sono solo dispute territoriali, ma anche profonde ferite identitarie, narrative inconciliabili e traumi trasmessi di generazione in generazione. Per parte israeliana, la sicurezza dello Stato e il diritto a esistere sono considerati non negoziabili. Per i palestinesi, la libertà, la fine dell’occupazione e il diritto al ritorno dei rifugiati rappresentano altrettanti pilastri irrinunciabili. Gli estremismi da entrambe le parti, la mancanza di fiducia e il persistere della violenza alimentano un circolo vizioso che rende difficile, se non impossibile, immaginare una soluzione condivisa.

























