La bellissima storia del papà e della figlia che conquistarono il Polo Nord

La gomma usurata dei pneumatici segna la fatica di ore di lavoro. Dieci, per la precisione, ogni giorno, per lo stesso tragitto, Jade Hameisteir si trascina addosso, con una corda elastica, ben 50 kg. Sarebbe questo, infatti, il peso di una slitta che fa attrito sui ghiacciai del Polo Nord. Jade vuole arrivarci per diventare la prima quattordicenne a raggiungere questa meta, ma, soprattutto, per dimostrare al mondo intero, che “gli ostacoli mentali, la paura e le sofferenze delle donne possono essere affrontate e superate dal sudore, il sacrificio e l’infinito orgoglio femminile”.

Jade vive a Melbourne e, tra una lezione e l’altra, illustra ai suoi compagni di classe i rischi di quella che potrebbe diventare una storica traversata. Essere sballottati al centro del Mar Glaciale Artico, dove la terra ferma lascia, molto frequentemente, spazio ad una dilagante banchisa, bere solo ghiaccio sciolto e salato, è un’impresa che richiede allenamento e predisposizione fisica, oltre che, naturalmente, uno spirito di sopravvivenza non indifferente. Questo, però, fortunatamente, a Jade non manca. Ha lottato contro e per la vita già dalla nascita. Vanessa, sua madre, racconta di quanto difficile sia stato quel periodo in cui l’incubatrice era l’unica speranza a cui aggrapparsi. La respirazione di Jade tornò a regolarizzarsi sette mesi più tardi e, da allora, papà Paul si ripromise che avrebbe assecondato la figlia in ogni sua ambizione, per quanto apparentemente irragiungibile fosse. D’altronde, la sana follia è una prerogativa di famiglia, normale che Jade ghermisca tale spregiudicatezza da un uomo che, nel 2012, aveva scalato, tra gli altri, persino l’Everest. Oggi, però, Paul ha scoperto di avere il cancro al rene, a spaventarlo non è la chemio ma l’impossibilità di sistemare l’imbracatura sulla parte operata. Non può abbandonare Jade, non se lo perdonerebbe mai, è in debito con Dio, c’è da saldare un conto aperto lungo la corsia del reparto maternità.

Jade aspetta questo momento da un anno, dodici mesi di preparativi per abituarsi ad una temperatura di 50 gradi sotto zero. L’ipotesi congelamento è concreta, come non è affatto da sottovalutare neppure la sottile superficie che condurrà la ragazza fino al traguardo. Primo step, le isole Svalbard, dall’altra parte del Mondo, in Norvegia. È da lì che Jade e suo padre Paul partono alla volta di Barneo, campo base gestito da Viktor Serov e da un team russo all’avanguardia. Accompagnati dal Presidente delle guide polari, Eric Philips, gli Hameisteir atterrano con l’elicottero ad una latitudine di 88 gradi. Dovranno percorrere 150 km in dodici giorni, dopodichè Jade diventerà la più giovane di sempre a varcare la soglia del Polo Nord. Il trekking quotidiano si fa, altresì, dispendioso e diventa necessario ingerire il triplo del consueto fabbisogno di calorie. Intanto, ci si organizza per la notte e, mentre si monta una tenda, un aereo sorvola la vuota vastità ricordando ai tre esploratori che esistono modi più comodi per arrivare a destinazione. Sia chiaro, se qualcosa andasse storto, sarebbero nuovamente aviotrasportati al sicuro, ma Jade ci tiene a sottolineare che “bisogna fuggire dalle comodità per cimentarsi in nuove esperienze e che quest’avventura è pensata per lanciare un segnale forte di ribellione, affiché tutte le donne non seguano la massa né si lascino condizionare dal giudizio degli altri”.

” Ciò che si sta dipanando davanti ai miei occhi – continua Jade – è un paesaggio etereo ma non eterno. Devo coglierne l’essenza per scrivere la Storia e restituire a mio padre la voglia di persistere nella sua battaglia contro la malattia.”

Eccoli lì, arrivati al centro del Mondo, 90 gradi di latitudine e soddisfazione. Le lacrime sono ghiaccioli di commozione e incredulità. “Meravigliosa la reazione di Jade!”, osserva la guida Eric Philips. Ma le sorprese non sono finite. Paul tira fuori dal sacco una lettera che Kane, il fratello minore di Jade, ha dedicato a sua sorella:

I limiti sono percezioni che creiamo per difenderci da noi stessi