All’insegna della poesia contro guerra e fame

Sulla scia del Nobel per la Chimica assegnato, per la prima volta nella storia, a due donne, anche il Nobel per la Letteratura 2020 ha visto trionfare la quota rosa di Louise Gluck, 77enne poetessa statunitense. Voce inconfondibile di austera bellezza, la Gluck, lungo la sua esperienza letteraria, è stata in grado di rendere universale il mondo individuale della scrittura.

Autrice di innumerevoli opere, raccolte e saggi, Louise Gluck ha sempre ricercato nei suoi componimenti una chiarezza di fondo, l’accessibilità semantica che sfugge da qualsiasi forma di entropia per giungere al lettore limpida e scevra da impurità concettuali. Con una produzione incentrata, soprattutto, sul rapporto con i propri genitori e figli, Gluck affronta l’illusione del sé, proiettando nella realtà moderna i paradigmi caricaturali dei miti antichi, i motivi classici che trovano sponda nelle figure di Didone, Persefone ed Euridice, nell’immagine dei traditi, degli emarginati, degli ingiustamente rinchiusi, di maschere che cadono per trasformare la personalità di ciascuno di noi in un punto di rottura la cui catarsi ricostruisce identikit oggettivamente validi.

Per la silloge che comprende titoli del calibro de “Il trionfo di Achille” (1985), “Ararat” (1990), “The wild iris” (1992), “Averno” (2006), Louise Gluck è stata paragonata ad Emily Dickinson. Entrambe, infatti, oltre ad esaltare la meraviglia naturale dell’habitat umano, danno vita a battaglie sociali che denigrano ogni tipo di guerra per inneggiare alla Pax globale fra popoli.

A questo proposito, dal Comitato norvegese di Oslo (in virtù dell’unico premio non assegnato a Stoccolma, per volere dello stesso Alfred Nobel) è giunta un’altra proclamazione. Il Nobel per la Pace al World Food Programme si colloca, esattamente, nel solco tracciato dalla giuria quest’anno, un sentiero che si rispecchia nell’ammissione di dover mandare un segnale concreto, la necessità di solidarietà internazionale oggi più che mai urgente a causa della pandemia da Coronavirus.

Il World Food Programme assiste, con continui rifornimenti alimentari, più di 100 milioni di persone dislocate fra 75 Paesi.

Per i suoi sforzi per combattere la fame, per il suo contributo al miglioramento delle condizioni per la pace in aree colpite da conflitti e per il suo agire come forza trainante per evitare l’uso della fame come arma di guerra e di conflitto“. Motivando così la sua scelta, il Comitato ha spiegato che, in attesa di un vaccino anti-covid, il miglior vaccino al momento resta il cibo, specie in posti come Yemen, Niger, Congo, Sudan e Burkina Faso, dove la malnutrizione deve essere appannaggio del multilateralismo:

Il World Food Programme gioca un ruolo chiave nella cooperazione multilaterale per rendere la sicurezza alimentare uno strumento di pace e ha dato un forte contributo per la mobilitazione degli Stati membri dell’Onu per combattere contro l’uso della fame come arma di guerra e conflitto“.


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Miky Di Corato
Iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Puglia, ho iniziato a raccontare avventure che abbattono le barriere della disabilità, muri che ci allontanano gli uni dagli altri, impedendoci di migrare verso un sogno profumato di accoglienza e umanità. Da Occidente ad Oriente, da Orban a Trump, prosa e poesia si uniscono in un messaggio di pace e, soprattutto, d'amore, quello che mi lega ai miei "25 lettori", alla mia famiglia, alla voglia di sentirmi libero pensatore in un mondo che non abbiamo scelto ma che tutti abbiamo il dovere di migliorare.

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