Non avrai altro Dio all’infuori di me
Spesso mi ha fatto pensare
Genti diverse venute dall’est
Dicevan che in fondo era uguale

Crocifisso accanto a Gesù, Tito, ladrone nella professione e nel destino, ripassa a mente tutti i comandamenti, rendendosi conto di quanto l’incoerenza umana crei dolore, un dolore a cui il Cristo non cede, insegnamento di vita e di amore per Tito e per tutti e, attraverso questa pietà, coloro che “credevano a un altro diverso da te. non mi hanno fatto del male” vengono lodati nella diversità di razza e religione.

Non nominare il nome di Dio, non nominarlo invano…Ma forse era stanco, forse troppo occupato
e non ascoltò il mio dolore

De  Andrè mette in bocca a Tito parole di sofferenza, di chi si chiede il perché di tanto dolore, di chi, come il Sottoscritto, cerca ragioni senza trovarle ma si affida alla cieca speranza di un cielo giusto e panglossiano.

Onora il padre, onora la madre
E onora anche il loro bastone
Bacia la mano che ruppe il tuo naso
Perché le chiedevi un boccone

L’appello di Faber è ai figli diseredati, abbandonati, ai cittadini denigrati dalle istituzioni, agli avari di spirito

Non commettere atti che non siano puri
Cioè non disperdere il seme
Feconda una donna ogni volta che l’ami
Così sarai uomo di fede

Poi la voglia svanisce e il figlio rimane
E tanti ne uccide la fame

Confondere piacere e amore senza creare dolore nemmeno per chi vuota ”tasche già gonfie, per entrare nei templi che rigurgitan salmi di schiavi e dei loro padroni…legati agli altari, sgozzati come animali” Agli occhi di Tito, Gesù è uno sconosciuto che dà l’esempio non con i comandamenti ma con la pietà. Tito, assassino e ladro, si eleva così tanto verso il Creato che, adesso, è al pari di Gesù, nella grazia di Dio. “Guardate la fine di quel nazzareno e un ladro non muore di meno”. E’ la redenzione erga omnes di chi, inchiodato alla propria croce, pur sentendo sulla pelle le ferite d’odio, decide di perdonare il proprio carnefice e, morendo, raggiunge profondità di caritas fino ad allora inesplorate, una pax che non desidera la donna o la roba degli altri, perché ”l’invidia di ieri non è già finita, stasera vi invidio la vita”.

Ascoltando questo capolavoro di De Andrè accetto la mia condizione e lenisco le laceranti brutture del mio corpo, motivando il mio pianto e il mio senso di bene comune:

Nella pietà che non cede al rancore
Madre, ho imparato l’amore.


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