Novella tratta dalla raccolta: “Con gli occhi del senno”

“Chi la fa se lo aspetti” è un proverbio che calza a misura su Gennaro Scapocchia, proprietario terriero in un paese dell’alto Tavoliere di Puglia, con la brama di fare soldi senza curarsi di nulla: nemmeno dei meriti altrui. Era tempo di raccolta delle olive ed era sorto, come succede a tutt’oggi, il problema della manodopera. Questi sono periodi particolarmente caotici poiché succede spesso che si decide all’unanimità di operare nel settore ed è così che la manodopera viene a scarseggiare. Sono i commercianti locali che tengono le “redini” del mercato e che mettono in giro voci preoccupanti, affinché qualche contadino si sblocchi dalle decisioni prese sul conto del prezzo che si era prefissato e si decida ad accettare le loro offerte. Apriti cielo! Subito si sparge voce in giro e, meno che non si dica, diventa una corsa frenetica a vendere il prodotto al primo offerente che capita: è il gioco al massacro economico. Vi è pure il clima, con le sue manifestazioni di pioggia, vento, gelo, neve a far prendere decisioni affrettate a chi tiene frutto da raccogliere sotto il cielo. Ci sono delle annate che le malattie aggrediscono certe colture, beh, allora non vi è più alcun freno che può fermare l’iniziativa, anche se la proposta del commerciante arriva in “cantina”, al minimo prezzo. È a questo punto che al problema del basso costo del prodotto si aggiunge quello della scarsità di manodopera la quale, come tale, diventa esosa, e non perché la paga della giornata viene al rialzo, questa è calmierata, ma perché si assumono persone che mai nulla hanno avuto a che fare con la campagna: incompetenti insomma, quindi, improduttivi. Uno si sente come assicurato nell’aver ingaggiato tante persone, ma si ricrede alla fine della giornata, quando il riscontro tra le paghe e il prodotto raccolto non quadra poiché presenta grosse disparità. Qualche tempo fa, in occasione della raccolta delle olive s’ingaggiavano, per così dire, anche dei ragazzini (i più piccoli avevano anche dieci anni: figli di famiglie bisognose e che li sottraevano dal mandarli a scuola pur di guadagnare quella misera paga che si dava ai ragazzi). In tale periodo, quando questa storia accadeva, il prezzo della paga di una giornata, in rapporto a quello del prodotto venduto, era congruo, opportuno per chi ingaggiava. Oggi è differente. Le paghe sono arrivate alle stelle e non vi sono più famiglie disposte a sacrificare i loro ragazzi levandoli dagli studi. Allora si facevano raccogliere pure le olive cadute per terra, una alla volta: oggi costa molto farlo. Queste erano tante, specialmente per colpa delle malattie, come la mosca olearia, poiché non vi erano ancora antidoti adatti per combatterle. Ragazzi infreddoliti, anche con pantaloncini corti, si vedevano avvolti da scialle intorno al collo e con dei berretti calati fino sulla fronte, tanto da non riconoscersi tra loro. Solo durante le prime ore, dopo il levarsi del sole, quando man mano uno di loro incominciava a levarsi qualche panno di dosso lasciandoli sparsi qua e là appesi sui rami e solo a quel punto incominciavano a riconoscersi. Scapocchia, quella mattina che apri la raccolta e che doveva durare due settimane circa, di ragazzi ne aveva caricato un bel mucchio sul carretto. Erano così tanti che, per gestirli in modo ordinato, lui aveva creduto opportuno mettere un adulto a controllarli. Questo, caso strano, e non per far cacofonia al suo nome: si chiamava Michele Pocchia. Michele era un tipo strano e imprevidente, ma non per nulla stupido, anzi lui era molto spiritoso quando voleva e non si faceva certo passare la mosca sotto il naso. Investito di questa stima dal Capocchia, Michele cercò di calarsi nel compito affidategli.  Lo fece nella maniera più convincente per il padrone, più che per la squadra dei ragazzi i quali furono messi alle strette per ricavarne migliori risultati, in senso produttivo. L’adunata delle olive cadute sul terreno andava perpetrata in due fasi ben distinte: prima bisognava raccogliere quelle cadute a causa del vento e dalle malattie. Si procedeva per liberare lo spazio sotto l’albero per la stesura dei teli di raccolta. Dopo bisognava fare il ripasso per radunare quelle olive cadute fuori dai teli. Era merito di chi gestiva i raccoglitori, invogliandoli con diversi incentivi, a volte solo di facciata, dove per compenso stava: un bravo, sei il migliore e così via.  Altre volte vi era qualche lira, spettante per premio: in cambio i ragazzi davano il massimo e tornavano a casa tutti con la schiena a pezzi. In quei casi, quando non vi erano premi in denaro, si mettevano gli adolescenti in condizione di gareggiare fra loro: a chi riusciva a raccogliere più prodotto. Questa gara, qui da noi, era chiamata, ‘u stumpe, in altre parole, “Il monco”. Monco era chi ne aveva raccolte così poche da far sembrare che avesse adoperato una mano sola. Al perdente spettava una punizione. Constava nel non salire su di un albero degli ultimi fichi invernali, per mangiarne qualcuno rimasto. Molte volte, invece, la pena da scontare era quella di farsi tingere la faccia dai compagni con l’oleoso succo delle olive mature; ancora peggio, con della terra impastata dalle urine dei vincitori. Non era una gita piacevole per quei ragazzi che, per la prima volta, capitavano in simili avventure: era un’umiliazione da portarsi appresso per tutta la vita. Pocchia, per tutto il tempo della raccolta aveva dato il meglio di sé, anche se si era inimicato i ragazzi che avevano perso ogni simpatia nei suoi confronti. Alla fine lui si aspettava che Capocchia, riconosciuto il suo merito, gli avrebbe premiato con degli incentivi rispetto alla paga pattuita, ma ciò non avvenne. Gli fu data la paga normale senza alcun riferimento alla sua prodigalità adoprata e senza alcune grazie: nulla insomma. Egli, deluso e amareggiato se ne tornò a casa. Non si aspettava quel comportamento dal Capocchia: irriconoscente e, a dir poco, ingrato.  La circostanza, però, se la mise nel paniere della mente e se la tenne lì nell’attesa di una rivincita, di un riscatto d’orgoglio: ciò che doveva avvenire qualche tempo dopo.

Gennaro aveva un figlio che da qualche anno se n’era andato a Milano a lavorare: molti giovani lo facevano, anche quelli che a casa loro stavano bene e non gli mancavano nulla. Era lo spirito d’avventura, del nuovo, del mutamento che li spingeva ad affrontare l’insolito, l’eccezionale, la novità. Oggi, invece, si cerca l’esotico, il singolare, la stravaganza dimenticandosi che più bizzarri degli italiani ci sono solo i cavalli ombrosi. Gli emigranti, si sa, non dimenticano mai le loro abitudini, gli usi e i costumi, la cultura alimentare prima d’ogni altro: ci si resta appiccicati come le piume di un passero a un ramo unto di vischio.  Il figlio di Capocchia non era diverso dagli altri. Per questo, di tanto in tanto, egli mandava a chiedere, al padre, ciò di cui lui aveva bisogno.  Ora questo, altre volte quello: vino, olio, mandorle e fichi secchi, mostarde e marmellate, sfogliatelle e cartellate, fagioli e ceci, cime di rapa, ravanelli e perché no? Pure le lumachine. I così chiamati, nel dialetto locale, “cemaruquidde” (le due e non si pronunciano: sono mute), sono chiocciole, Stilommatofori della famiglia degli Elicidi appartenenti ai generi Helix e Cepae. La specie nana, i più piccoli: è una prelibatezza quando sono ben preparati e cucinati a dovere. Generalmente si cucinano con un intingolo a base d’aglio, olio d’oliva e menta fresca, oppure cotti in un sugo ricavato con i piccoli pomodori freschi.  Chi è stato abituato a mangiarne di queste pietanze, non riesce a farne a meno, pure quando si trasferisce altrove, dove è difficile trovarne di quel prodotto. Ci sono corrieri di trasporto però, che fanno spola tra il Sud e il Nord del Paese che ovvia alla mancanza di questo o quello. Questi li procurano servendoli a domicilio nell’arco di qualche giorno dalla loro raccolta. Sarebbe impossibile altrimenti, giacché le lumache di quella specie non crescono altrove, e mai s’incamminerebbero da sole, per così lontane mete: impiegherebbero anni prima d’arrivare a destinazione, tanto da far dimenticare il loro gusto a chi le ha sempre mangiate. Un giorno Capocchia ebbe una richiesta di tal genere da parte di suo figlio da Milano. Egli non sapeva come procurarseli e si rivolse al già conosciuto Pocchia.  Era passato qualche anno da quando lui l’aveva avuto come operaio durante la raccolta delle olive. Andò a casa di questi a cercarlo e non lo trovò, ma la moglie gli disse che l’avrebbe trovato in piazza: era uscito poco prima. Lui si recò in piazza e dopo averlo cercato, lo vide che passeggiava, avanti e indietro, in compagnia di un’altra persona: lì, dalla parte sud della piazza, sotto le due file di querce. Gli si avvicinò e, dopo aver salutato entrambi, lui chiese a Pocchia: -Michele, sai, dove io posso procurarmi i cemaruquidde? Me li ha chiesto mio figlio. Lui vive a Milano. Nel dirlo, lui aveva steso la mano destra, tenendo uniti il dito pollice con l’indice a guisa di cerchio. Ci sarebbe passato il deretano di una tazza da caffelatte attraverso quella misura. Questo da far intendere all’altro che non erano lumachine che lui cercava, ma nemmeno lumaconi: qualcosa di più. Lui, aveva messo la misura sotto gli occhi del Pocchia, ma l’aveva fatto tenendo abbassato lo sguardo. Sapeva d’aver la coda di paglia dal modo come si era comportato con questi. Pocchia lo squadrò da capo a piedi e poi lo guardò direttamente negli occhi. Gli fece un mezzo sorriso, che l’altro non capì se era d’assenso o di scherno e gli rispose: -’mpa Gennà-, l’aveva chiamato compare senza volerlo, forse perché in quel momento lui vedeva l’occasione per rifarsi dell’ingiustizia giocategli dal Capocchia. Proseguì dicendo: -Ho per le mani una partita di queste lumachine, ma bisogna aspettare qualche giorno in modo che si facciano più grossi.  L’altro, scomponendosi e oscillando sulle gambe si favorì e disse: -Ti prego di lasciarne dieci chili per me che, a quanto pare, mio figlio ha promesso di farglieli assaggiare ai suoi amici milanesi. -Non vi preoccupate. -, rispose l’altro e, per meglio assicurarlo, gli disse: -Non appena raggiungeranno la misura che voi desiderate, sarà mia premura farveli avere, anzi ve li porterò io stesso a casa vostra. Così dicendo cavò di tasca il fazzoletto e si soffiò il naso così forte che molta gente intorno si girò da quella parte, pensando a una pernacchia più che a una soffiata di naso. Poi gli tese la mano e con un sorriso accattivante lo congedò, dicendo che aveva urgenza di andare a fare delle commissioni. L’amico che l’era accanto, quando il Capocchia se ne fu andato, scoppiò in una risata sonora poiché capì l’antifona dell’altro, ma non sapeva la storia di qualche tempo prima, quell’avvenuta nel corso della raccolta delle olive. Una settimana dopo Capocchia si fece ancora vivo dal Pocchia: andò a cercarlo direttamente in piazza, senza passare da casa sua. Gli voleva chiedere spiegazioni sul conto dei cemaruquidde. Suo figlio, da Milano, gli aveva sollecitato di mandarglieli. Si ripeté la stessa scena, solo che questa volta con diverse comparse presenti. Questa volta, il modo di esporsi di Pocchia, fu da vero teatrante. Arrivò e salutò le persone presenti che discutevano fra loro in un angolo della piazza: erano in piedi, messi in modo da formare un cerchio a maglia il quale si aprì per aggiungerne un’altra, non appena sopraggiunse Capocchia che s’inserì, salutando. -Buonasera a tutti! disse. Poi, si rivolse a Pocchia e gli chiese: -A che punto è, quella roba? Le persone presenti sapevano già a cosa si riferiva il nuovo arrivato, perché quando Michele l’aveva notato arrivare, lui aveva preparato gli amici a stare al gioco, dicendogli della burla e che loro dovevano fargli da spalla. Gli rispose: -Sono stato ieri pomeriggio in campagna, ho camminato in lungo e in largo, controllando le misure, ma quei figli di puttana… o perché non hanno fame, oppure fa troppo caldo, fatto sta che si sono chiusi nel guscio e non sono cresciuti per niente. Poi lui fece un attimo di pausa e proseguì dicendo: -Ho creduto opportuno aprire i rubinetti dell’irrigazione e gli ho dato tre ore d’acqua. Vedremo cosa succederà fra qualche giorno. Qui Capocchia guardò in faccia i presenti e questi all’unisono annuirono col capo mentre uno di loro disse: -Sì, ho fatto anch’io la stessa cosa qualche anno fa, ottenendo dei buoni risultati-, e con tono grave della voce aggiungeva, bisogna stargli dietro a quei cornuti! Sembra che si accorgano che debbano finire cotti alla menta e aglio- e qui tutti scoppiarono in una risata. Solo Capocchia rimase serio, aspettando che gli altri smettessero con la loro ilarità. La terza volta che Gennaro andò da Pocchia per chiedergli notizie sul conto dei cemaruquidd, lui si trovò di fronte: una persona affranta e incazzata allo stesso tempo. Non fece in tempo a profferire parola che Michele, da vero teatrante, alterato in viso e nei gesti, si mise a imprecare: -Accidenti alla sorte! Non ci voleva proprio questo! Sono quasi sul lastrico per colpa di quei dannati cemaruquidde! Mi hanno proprio ingannato quei maledetti, bavosi, merdosi striscianti, quali altro non sono! Si rivolse all’altro e cercò di spiegarsi meglio, ma sempre con quella faccia di uno che aveva perso, in un sol colpo, l’intera famiglia e l’affezionatissimo cane e, serio in volto, gli disse: -’Mpa Gennà, io sono in causa col proprietario adiacente al mio fondo. Sì, sono in causa con quel rotto deretano. Si è ritrovato a gestire, dall’oggi al domani, i miei cemaruquidde quel figlio di buona donna. A questo punto io non posso farci più nulla e mi sono rivolto a un avvocato e aggiunse: -Sì. Erano diventati grossi di questa maniera. Qui stese anche lui, le due mani questa volta, unendo i due pollici e i rispettivi indici a forma di cerchio, attraverso cui ci sarebbero passate una o più melagrane. Capocchia non riusciva ancora a comprendere e gli chiese: -’Mpa Miché-, a questo punto si era fatto anche lui compare coll’altro, -ma perché l’avvocato? -In cosa centra il vicino del fondo con i tuoi cemaruquidd? -Eeh! Caro compare, erano miei ma dopo che sono diventati grossi, se ne sono scappati dal mio terreno e sono approdati in quello del mio vicino il quale mi proibisce la raccolta, asserendo che ora sono suoi. Capocchia intendendo la burla reagì in modo scorbutico, mandando alla malora il non più compare, Pocchia e, girandogli le spalle, si allontanò da lui alla stessa maniera di questi quando lo ripagò con una moneta sbagliata. L’uomo si perde perché affonda nelle sue stesse magagne. Sono malformazioni, spesso causate dalla dimenticanza di trovarsi sulla strada comune a tutti. Se uno segue, non desidera che il passo gli sia rallentato dal comportamento scorretto dell’altro. Bisogna dargli strada. Ognuno ha il diritto di assumere il ritmo desiderato per raggiungere la meta prefissata: le chiacchiere e il cattivo comportamento frenano le nobili iniziative e affossano ogni idea di liberismo sociale, mentre la furbizia gratuita a spese degli altri non risolve alcun problema, nemmeno migliorie esistenziali.

 


FonteFoto di Mr Xerty su Unsplash
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Salvatore Memeo è nato a San Ferdinando di Puglia nel 1938. Si è diplomato in ragioneria, ma non ha mai praticato la professione. Ha scritto articoli di attualità su diversi giornali, sia in Italia che in Germania. Come poeta ha scritto e pubblicato tre libri con Levante Editori: La Bolgia, Il vento e la spiga, L’epilogo. A due mani, con un sacerdote di Bisceglie, don Francesco Dell’Orco, ha scritto due volumi: 366 Giorni con il Venerabile don Pasquale Uva (ed. Rotas) e Per conoscere Gesù e crescere nel discepolato (ed. La Nuova Mezzina). Su questi due ultimi libri ha curato solo la parte della poesia. Come scrittore ha pronto per la stampa diversi scritti tra i quali, due libri di novelle: Con gli occhi del senno e Non sperando il meglio… È stato Chef e Ristoratore in diversi Stati europei. Attualmente è in pensione e vive a San Ferdinando di Puglia.