«Sì, ma io non amo lordine consueto. Non lascerò che mi venga imposto di accettare la sequenza delle cose. Camminerò; non cambierò il ritmo della mia mente fermandomi, guardando. Camminerò. Andrò su per le scale e mi sottometterò allinfluenza di altre menti simili alla mia, fuori dalla sequenza»

(Virginia Woolf)

Aveva una sola certezza: era un essere umano fastidioso per i normotipici. Non lo sapeva nessuno, ma le era stata fatta diagnosi di plusdotazione quando era bambina ed era avvenuto, per sua fortuna, ad opera di un medico che usava già allora il termine nella sua accezione corretta.

Un plusdotato, infatti, non era colui che aveva doti intellettive superiori alla media, come ancora scrivevano i più illustri medici italiani. Il plusdotato era, piuttosto, colui che aveva doti diverse. Si trattava di una costellazione di connotazioni personali, caratteriali e comportamentali che si esprimevano in misure e manieredifferenti.Questo però lo studiavano bene solo in Francia, dove i suoi genitori erano finiti per poter capire cosa succedeva alla loro figlia.

Aveva sei anni, in effetti una forte precocità nell’apprendimento l’aveva già dimostrata prima di entrare a scuola elementare: non a caso, dacché aveva memoria, si portava dietro lo stereotipo di quella intelligente ad ogni costo. Era tornata da scuola, era sabato, per pranzo c’era uovo strapazzato e poi doveva studiare: riempire un’intera pagina di “a” in stampato minuscolo (contemporaneo script). Nulla di tutto questo rispondeva ai suoi desideri: fu costretta a mangiare e poi a dormire, come se la cosa l’avrebbe convinta a scrivere bene quelle “a” che no, non sapeva fare. Una realtà di cui sembrava nessuno potesse farsi una ragione.

Peccato che non ci fu più verso di svegliarla. Anche i suoi ricordi, che erano nitidissimi rispetto all’episodio, si fermavano al momento in cui si era addormentata. Cosa accadde nel mentre lo sapeva solo perché le era stato raccontato. Coma profondo, come una morta che solo respira e non risponde a nessuno stimolo: nemmeno ai ceffoni. Quello che ricordava era il risveglio, che ci fu. Arrivò alle sue orecchie una frase da voce di uomo: “va ricoverata”. L’input perfetto per una bambina che aveva terrore degli ospedali. Qualcosa doveva essere scattato nelle sue sinapsi, saltò letteralmente giù dalla barella e con il suo imbarazzante linguaggio fin troppo corretto disse: “Non se ne parla nemmeno. Nessuno mi ricovera perché non serve. Guardate, sto in piedi anche camminando all’indietro”. E fu esattamente quello che fece: iniziò a camminare all’indietro. Come le fosse potuto mai venire in mente,post mortem, un teatrino così immediato non se lo spiegava nemmeno ora, che era assolutamente adulta. Probabilmente sua madre aveva perso trent’anni di vita prima ed anche in quel momento: quell’affare alto mezzo metro doveva sembrare una scheggia impazzita. In realtà era lucidissima. Di colpo. E non ci fu medico che poté ricoverarla. Tornò a casa e chiacchiere non ce ne vogliono. Aveva avuto una “crisi morfeica”, considerata all’epoca una piuttosto rara forma di episodio epilettico: non sapeva, peraltro, perché i medici avevano garantito non si sarebbe mai più ripetuto.

Così era stato. Ma la causa? Ne furono enumerate molte possibili, ma la più quotata era il suo essere, per qualche sconosciuta ragione, sotto pressione.

In realtà quella pressione non era spiegabile; da lì, dopo un numero indefinito di elettroencefalogrammi che ricordava più per quel gel molto simile al moderno Skifidol nei capelli, che  per altro, e non sapeva nemmeno lei quali altre diavolerie, avevano capito che il problema era quello: la plusdotazione, che la faceva vivere come inadatta nell’unico mondo esistente.

Una vita così: ad essere portatrice sana di onestà ed etica, due cose lontanissime dal concetto di bieca morale a cui i normotipici andavano dietro. Non sopportava i soprusi verso nessuno, soffriva per i bambini doloranti anche dall’altro lato del globo, per le figure deboli, gli anziani, gli animali, il pianeta. E soffriva nella carne, non poteva evitarlo. Solo le insegnarono a leggere questa sua caratteristica: dovette accettare che non era una cosa risolvibile e che, seppure avrebbe imparato a convivere con quell’assetto societario senza restare macinata, nei casi estremi non avrebbe mai potuto sperare di essere libera da quel patimento.

Inutile, immagino, precisare che la gente con cui riusciva ad andare d’accordo era pochissima e, sempre, era solo gente che proprio l’amava. Tutti gli altri potevano semplicemente detestarla: niente vie di mezzo.

E detestabile doveva esserlo.

Di studiare aveva studiato ma con fatica, perché mica era stata una cima comune! Non stava bene nel mondo e le dava fastidio eccellere. Non voleva essere trattata da eccellenza: da sempre. Questo faceva di lei un disadatto pesce fuor d’acqua in qualsiasi situazione. Non voleva i riflettori addosso. Non voleva gente attorno. Non le interessava un benemerito niente delle dinamiche normotipiche dell’invidia e dell’arrivismo: non le capiva e, di conseguenza, non le accettava. In più era puntigliosa e sempre a ragion veduta, perché non spiccicava mai parola, senza essere completamente certa di quanto stava dicendo.

Una di quelle che sarebbe meglio tenersi amiche. Non perché fosse cattiva: non lo era. Solo, nel suo essere, il rispetto per l’umano e per le regole basilari erano fattori fisiologici. Lei, per esempio, non era colei che “non deve chiedere mai” per un fatto di superbia. Lei, in effetti, non chiedeva perché si aspettava che la correttezza, in qualunque modo intesa, fosse ovvia e dovesse arrivare da sola. Immaginate quante testate contro il muro, in un mondo che la correttezza non la trova neanche sul vocabolario?

Era una che spesso si infilava in situazioni che la normotipicità rispondente alle sovrastrutture sociali considerava come attacchi: invece no, lei non attaccava. Usualmente, appena si accorgeva di poter recare il minimo dolore a qualcuno si faceva ufficialmente da parte, ma quando sapeva di aver ragione e riconosceva che gli eventi erano dettati solo dall’assetto finto, borghese e corrotto di certe apparenze, non rinunciava e, silenziosa, proseguiva per la sua strada.

Dunque, questo favoloso corollario di personaggio che alla non più tenera età di pifferi sotto sale anni, quattro cose da custodire ed altre quattro di cui andare fiera le aveva collezionate, era proprio in un ulteriore momento di scontro con la bassezza umana. Uno di quelli a sicuro ed inevitabile impatto devastante: il patimento.

Quando lo disse ad una delle persone che si portava dietro, che come lei era fuori dalla frequenza, si sentì dire così:

“L’ho già detto, tu pensi che la correttezza sia una regola, e niente debba essere chiesto a nessuno. Le persone normali non sono così, l’ego/potere e l’istinto sono le uniche cose che guidano il loro comportamento. Rispondi a questo: se sapessi che, per salvarti la vita davanti ad un animale selvaggio,dovessi immobilizzarti e abbassare gli occhi, lo faresti? Sì, lo faresti. Non ti peserebbe, non ti sentiresti sminuita, perché sapresti che loro vivono di istinti ed è così che funziona. Le persone normali sono così, devi solo accettarlo e pensare a loro come ad un branco che segue gli istinti e tu non puoi fare assolutamente niente, tranne che salvarti la vita. Quandote lo dico, per favore, non filtrare i concetti che esprimo razionalmente; piuttosto, interiorizzali, prova a guardarti intorno e a capire che loro sono un’altra specie, sentilo in ogni istante”.

In altri termini, le si stava chiedendo di fare l’unica cosa saggia possibile: abbassare la testa davanti all’autorità corrotta, la quale finalmente si sarebbe sentita riconosciuta nel suo ruolo di dominatore ed avrebbe smesso di ledere i suoi diritti sacrosanti e palesemente scritti. Sarebbe stata la fine degli abusi di potere che passavano sistematicamente sotto silenzio. Doveva immobilizzarsi davanti al capo branco che, da buon animale, aveva annusato a distanza il suo essere un pericolo e, non trovando sbocchi leciti per fermarla (poiché nulla di illecito c’era in lei), poteva solo abusare dei poteri che aveva, per renderle la vita un inferno.

Ora, un qualunque essere umano astuto avrebbe percorso questa via maestra. Lei, invece, che sì la riconosceva come tale quella via, era letteralmente bloccata. Proprio non ce la faceva ad accettare di dover piegare la testa e mettere il tappeto rosso al fine di ottenere ciò che era, de plano, un suo diritto.

Chi le aveva dato quei consigli era fatto della stessa pasta: la testa non l’aveva mai abbassata ed aveva finito per farsi cacciare anche dal suo intoccabile posto di lavoro, che non era un posto di lavoro comune e facilmente attaccabile. Per riuscire a farlo fuori lo avevano sottoposto al peggiore dei burn out, per capirci. Era questo che stava cercando di evitarle.

Ma lei, per quel momento, niente. Aveva capito tutto, ma ancora non ce la faceva ad accettare quelle dritte. Scelse la via dell’osservazione silente del branco, iniziò a dire solo quello che faceva e mai più come stava, prese ad ascoltare nell’unico modo che conosceva: sentiva il non detto e, frattanto, taceva, contribuendo così a peggiorare le cose. Continuarono a metterle i bastoni fra le ruote e nel mentre, con le budella in poltiglia e senza mai uscire dal pezzo, senza che mai fosse evidente, procedeva per la sua strada. Non interferiva nel percorso di nessuno, palesemente. Solo rispettava le regole, rendendo così oltremodo acida la bile di chi avrebbe voluto vederla cedere. E niente, non cedeva.

Era diventata una lotta all’ultimo sangue fra una tigre in gabbia ed un gineceo di cagnette in libertà.

Se finì per soccombere? Vi confesso che non lo so. Se mai dovesse venirmi in mente la possibile fine di questa storia, prometto solennemente, sarete i primi a saperlo. Per adesso era solo così.

Come se chiedeste ad un musulmano di spiegarvi cosa è Allah. Vi risponderebbe che Allah è balkàfia, ossia è così. Così e basta.


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Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.