“C’è una teoria antica che dice che la vita sia composta da dodici stanze. Sono le dodici in cui lasceremo qualcosa di noi, che ci ricorderanno. Dodici sono le stanze che ricorderemo quando passeremo l’ultima. Nessuno può ricordare la prima stanza, perché quando nasciamo non vediamo, ma pare che questo accada nell’ultima che raggiungeremo. E quindi si può tornare alla prima e ricominciare”

(Ezio Bosso)

Esistono, in una vita fatta di dodici stanze, realtà per le quali una gran fetta di mondo prova interesse e delle quali quella stessa fetta di mondo parla, portandone a conoscenza chiunque non sappia.

Credo sia il caso di Ezio Bosso, quel pianista che non ha bisogno di lunghe perifrasi: non ora che siamo sulla soglia della sua fine terrena.

Non so dire cosa stia pensando guardandoci, perché non posso rinunciare all’idea che stia pensando qualcosa, ma so di certo cosa ha detto: «La malattia non è la mia identità, è più una questione estetica. Ha comandato i miei ritmi, la mia vita. Ogni tanto evaporo. Ma non ho paura che mi tolga la musica, perché lo ha già fatto. La cosa peggiore che possa fare è tenermi fermo. Ogni giorno che c’è, c’è. E il passato va lasciato a qualcun altro».

Cosa è stato, dunque, Ezio Bosso? Questo è facile: musicista fin dai quattro anni di vita, compositore, direttore d’orchestra, controbassista, pianista. Un artista dalla rara intensità, eclettico e collaborativo.

Ma chi era? O meglio, chi è? L’uomo senza tempo, che ha abbandonato i suoi legacci molto prima che la vita stessa glielo togliesse e che ha tentato incessantemente di farcelo sapere, peraltro a tappeto: il musicista per antonomasia, specie se insignito dei riconoscimenti di Bosso, normalmente sa che la sua musica ha il leggiadro potere  di raggiungere davvero luoghi impensati. Lui, invece, probabilmente conscio di tale certezza, ma scevro da presunzione, ha anche parlato.

E allora ripenso ad una delle sue ultime sinfonie in lettere. Risale allo scorso mese, al momento in cui gli fu chiesto cosa avrebbe fatto appena sarebbero state riaperte le gabbie. Poesia in musica verbale, la sua risposta: “La prima cosa che farò sarà mettermi al sole. La seconda sarà abbracciare un albero”, restituendo così all’albero l’idea della driade ed a chiunque lo abbia ascoltato la semplicità di chi, terrorizzato dall’immobilità, avrebbe ricercato il contatto con la vita proprio attraverso un albero, l’archetipo dell’immobilità.

Orbene, chi ha conosciuto il mondo della musica nel suo backstage sa che quell’infinita eco è composta prima di tutto da regole ferree e da disciplina, da scale e tempi che molto prima di insegnare, educano, disciplinano anche quegli infinitesimali pezzetti di sogno che restano incastrati lì: fra il cuore e la pancia, nel luogo delle piccole sconfitte che non fanno rumore, non destano clamore, là dove vengono composte quelle sinfonie capaci di regalare faville anche al vento.

Questo mi piace ricordare di Ezio, che oso chiamare per nome come un amico e senza i titoli che merita il suo essere stato ciò che è stato: lui che diceva di avere un rapporto particolare con il contatto fisico, di abbracciare solo chi amava, ma fino a stringerlo totalmente. Forse è a questo che ora sta pensando? Ai piccoli ed indecifrabili sentimenti fatti di brividi immotivati e proibizioni che insegnano: fossero anche quelle imposte da una malattia autoimmune.

Come dire, c’è una parte di lui che non ha bisogno di me per essere ricordata; mi piace però pensare che, al di là, ci siano tutte le vibrazioni invisibili, passate attraverso il cribro del tempo e della malattia, senza necessità di essere degnate di troppa attenzione, per portarlo lì dov’era giusto che fosse, nel luogo delle ultime volte, perché le prime sono spesso belle, ma le altre possono cambiare molto, se non tutto.

E quindi ho accolto la notizia della sua morte fisica con un pianto disegnato all’interno di poche e centellinate lacrime, nell’impossibilità, questa volta, di guardare alla morte necessariamente come perdita.

Attenzione, la mancanza di Ezio è una perdita, una grossa perdita, ma l’esistenza  di Ezio è stato un dono che nel suo disegno sembrava dover essere destinato a tutta una serie di ingiuste ed inspiegabili sconfitte, alle quali lui stesso, l’uomo dietro al musicista, con il potere delle mani ed attraverso tanti e tanti fogli pentagrammati, ha regalato il più grande dei significati, lasciandosi trasportare come e dove probabilmente lui stesso non avrebbe pensato: per intero e sorridente nel cuore e nella memoria di ciascuno di noi, senza che alcuno possa sentirsene padrone, perché lui non lo vorrebbe, essendo musica. E la musica non appartiene a nessuno, così come essa era in lui, ma non era lui.

Ed in quella memoria, spero, possano restare ancora le sue gesta, possibilmente imbevute dalle sue note, intrise dalle sue melodie, all’interno dell’ultima delle dodici stanze, che significa fermarsi, ma anche affermarsi: “diventare migliori è una scelta, non una conseguenza”.

Dunque, in memoria di lui e da una chiave di violino in poi: ricominciamo e rendiamoci migliori.

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Myriam Acca Massarelli
Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.