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Incontro con il Presidente della Corte d’Appello d’Assise Raffaele Di Venosa

Con il termine “maxiprocesso”, termine noto dai tempi di Giovanni Falcone, si intende un mastodontico procedimento a carico di più imputati presenti in un’aula bunker: quello che, tecnicamente, si chiama “processo cumulativo”. Dalla forte connotazione giornalistica, il maxiprocesso evoca scenari di spettacolarizzazione che rischiano di apparire sommari e che si prestano alla storpiatura di una realtà giudiziaria ben diversa da quel che si vuol fare apparire. A tal proposito, l’intervento del Presidente della Corte d’Appello d’Assise, Raffaele Di Venosa, al convegno “Legislazione Antimafia e Garanzie Processuali”, tenutosi presso l’Università Lum di Trani lo scorso dicembre, è esemplificativo e paradigmatico.

«È piuttosto difficile – spiega Di Venosa – individuare con esattezza le cause cui possa essere attribuita efficacia esclusiva in tale degenerazione del processo cumulativo. Qualunque ricostruzione di simile fenomeno di gigantismo deve, comunque, prendere le mosse da una constatazione: le premesse della richiamata dilatazione processuale sono da rinvenirsi, dapprima, in una interpretazione alterata delle varie fattispecie di concorso di persone ed associative contemplate dall’ordinamento e, poi, nel terreno della lotta alla criminalità organizzata di stampo comune, mafioso o terroristico».

L’eclatante ostentazione di un maxiprocesso è, perciò, particolarmente voluta e appositamente studiata per preparare il pubblico ad una metafora di lotta alla criminalità. Il maxiprocesso diviene, così, il simbolo della giustizia applicata, a cui si attribuisce la funzione di ricostruire e consolidare la fiducia nell’ordinamento giuridico.

«Tutto ciò – continua Di Venosa – delinea un uso propagandistico dello strumento processuale, mentre la spinta verso una ricostruzione storica, ancorché per via giudiziaria, del fenomeno criminoso arricchisce la realtà processuale di elementi meta-giuridici, componenti emotive ed ideologiche tali da modificare, inevitabilmente, funzione del processo e costume giudiziario. Vedendosi investito del difficile compito di ricomporre un quadro sociale, il giudice da “difensore dell’Istituzione”, rischia, pertanto, di allontanarsi dalla sua naturale posizione super partes»,

Si ha, quindi, l’impressione che i maxiprocessi offrano, alla dilagante delinquenza, mercé la distorsione mediatica, risposte che rischiano addirittura di apparire gratificanti, tanto da farli sentire non per quel che sono – dei criminali senza scrupolo le cui mani puzzano di sangue – ma degli attori protagonisti di una fiction televisiva, quasi che La Piovra di Michele Placido avesse ceduto il red carpet all’incedere di Totò Riina e compagni.