Sant efisio

“Efisio! Chi era costui?” Il dilemma di manzoniana memoria, riferito a Carneade e scaturito spontaneo dalle labbra del curato don Abbondio, è altrettanto lecito per i lettori di Odysseo, salpati di recente alla scoperta di lidi inesplorati, vicende nascoste e personaggi sconosciuti.

Impronunciabile in terra sarda: una simile domanda sortirebbe sorrisi e sorpresa. “Chi non conosce Efisio?” o, per dirla nel simpatico idioma locale: “Chini no connoxid’Èfis?” Efisio, Èfis per i suoi, è il guerriero che ebbe i suoi natali nella colonia romana di Elia, alle porte di Antiochia, nel 250 d.C. e conobbe il martirio in Sardegna, sulla spiaggia di Nora, il 15 gennaio di cinquantatré anni dopo.

Di madre pagana e padre cristiano, arruolato tra le truppe di Diocleziano per combattere il cristianesimo, simile per storia di conversione a Saulo di Tarso, come lui disarcionato da cavallo e dai suoi intenti persecutori. Giovane ufficiale alla testa del suo reparto, mentre si recava verso Napoli, Efisio fu colpito da un improvviso bagliore e si trovò impressa nella mano una croce, tatuaggio rimasto nel tempo a indelebile sigillo di una chiamata ben più alta.

Egli stesso confessò all’imperatore la sua conversione alla fede cristiana, per questo fu arrestato e imprigionato a Cagliari. Resistette indomito a catene e torture e con esse all’abiura; ai suoi carnefici non restò che staccargli la testa, come al più famoso martire e apostolo delle genti, con l’intento di porre fine alla minacciosa testimonianza del nemico di Roma. Ma, si sa, al pari dei profeti e dei rivoluzionari, i martiri sono più pericolosi da morti che da vivi. Non a caso la tradizione cristiana definisce “dies natalis” il giorno del trapasso, a indicare l’inizio di una nuova e instancabile, per quanto misteriosa, attività di difesa e presidio. Così si sviluppa e si tramanda la devozione per quel giovane guerriero, al quale fu attribuito, tra gli altri, il prodigio della liberazione di Cagliari dalla devastante “peste barocca”, a seguito del voto formulato dalla municipalità cittadina nel 1656.

In questi giorni il capoluogo sardo è in fermento per l’imminente memoria del martirio, allietata dal ritorno del santo nella sua casa, la chiesetta a lui dedicata nello storico quartiere di Stampace, riaperta dopo quattro mesi di restauro. Le celebrazioni e la processione per la festa liturgica del 15 gennaio, come le processioni votive del giovedì santo e del lunedì di Pasqua, compiute con il simulacro del XVIII secolo, opera del prestigioso scultore Giuseppe Antonio Lonis, sono una sorta di prova generale e di pregustazione di quello che è ritenuto l’evento centrale, il primo di maggio.

Cagliari è abituata a farsi bella e i suoi figli e figlie ad agghindarsi per Èfis. Ma lo fa ancor più, preparandosi settimane prima e fino a divenire accattivante e affascinante, per quel giorno in cui da tutta l’isola convergono in massa per ricordare e celebrare solennemente lo scioglimento del voto, onorato ininterrottamente per quattro secoli, quest’anno la 360a volta.

Stavolta è l’altro simulacro ligneo, opera di ignoto dei primi del ‘700, ad essere condotto per quattro giorni, trainato all’interno del suo cocchio dorato da un giogo di forti pazienti buoi per quasi ottanta chilometri, dando vita ad una delle processioni a piedi più lunghe d’Europa, fino ai luoghi del suo martirio.

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                                                                 Sant’Efisio (Foto: Ignazio Boi)

Perfino nel 1943, in pieno conflitto mondiale, tra le macerie di una città sventrata dai bombardamenti, Efisio fu caricato su un camioncino del latte e accompagnato da pochi, terrorizzati ma presenti, fedeli.

Per l’occasione attraversano le vie della città tutti i colori dell’isola: oltre cinquemila pellegrini divisi in centinaia di gruppi con costumi tradizionali provenienti dai vari paesi e decine di “traccas”, carri tipici dell’ambiente agro pastorale, trainati da buoi, allestiti con tappeti e strumenti artigianali, colmi di prodotti della terra e dell’artigianato dolciario locale. Fa scorta la guardia speciale in divisa arancione, i Miliziani, accompagna l’immancabile cappellano a cavallo, rigorosamente in veste talare e saturno, e l’Alter Nos, il rappresentante del Sindaco, ornato del prezioso “Toson d’oro”, un medaglione in oro massiccio donato nel 1679 da Carlo II re di Sardegna e d’Aragona. Custodi impeccabili e attenti registi di tutto sono i confratelli e le consorelle dell’Arciconfraternita del Gonfalone, eretta nel 1538 ed elevata ad Arciconfraternita nel 1796.

Èfis è parte viva di Cagliari e dei cagliaritani, molti ne portano orgogliosamente il nome ed esprime la fede di un popolo, fatta di rughe scavate da lacrime e rosari sgranati nel quotidiano di fatiche e mancanza di lavoro, attuale peste da debellare. Fede che diventa festa, occasioni per incontrare e conoscere Èfis, sottraendolo al pericolo di saperlo associato al seppur illustre filosofo e ancora sconosciuto ai tanti, troppi don Abbondio dei giorni nostri.


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Ignazio Boi
Ignazio Boi (Cagliari, 1961), sposato, tre figli, giornalista pubblicista, esperto di formazione e comunicazione, funzionario della Direzione Politiche Sociali dell’Assessorato della Sanità della Regione Sardegna. Si forma in ambiente cattolico, dalla parrocchia ai movimenti dei Gesuiti.Obiettore di coscienza, nel 1983 diviene Segretario Nazionale della Lega Missionaria Studenti, promuove l’educazione alla pace, alla mondialità e la cooperazione allo sviluppo, cura il mensile “Gentes” e collabora alla rivista delle Comunità di Vita Cristiana. Consigliere e Presidente di Circoscrizione del Centro Storico di Cagliari dal 1985 al 1995, favorisce la nascita in Sardegna dell’Ipsia, ONG delle Acli, del Forum del Terzo Settore e del Forum delle Associazioni Familiari.Dirigente delle Acli e di Gioventù Aclista, fonda il Centro Pace e Sviluppo e con l’ente Enaip Sardegna dal 1986 al 2007 dirige attività e progetti di formazione professionale per “fasce deboli”, coordina programmi formativi internazionali e scambi di allievi tra paesi europei. Dall’Area Formazione della ASL, nel 2009 è chiamato nello staff dell’Assessore del Lavoro, promuove le realtà dei sardi nel mondo, particolarmente in Australia e in Argentina. Nel 2000 è ordinato Diacono permanente, impegnato negli Uffici diocesani di Pastorale Sociale e Lavoro e delle Comunicazioni Sociali, animatore di incontri, catechesi e formazione in diversi ambiti ecclesiali.