Il futuro dei Balcani, complicato e sempre pronto a deflagrare, passa da quello dell’Europa e della Russia

La Costituzione del 1974 dava la possibilità alle Repubbliche di Jugoslavia (Serbia, Croazia, Slovenia, Bosnia, Macedonia, Montenegro) di potersi separare dalla Federazione e di diventare indipendenti, ad eccezione delle due province Vojvodina e Kosovo, dove vivevano delle minoranze, che godevano tutto sommato di una certa autonomia. In un certo senso, Tito aveva intuito che dopo la sua morte, avvenuta il 4 marzo 1980, la Repubblica Socialista avrebbe potuto sciogliersi. Fino ad allora, serbi, croati, bosniaci e sloveni avevano vissuto fianco a fianco, in pace, cercando di favorire “l’unità e la fratellanza” tra le varie etnie e anche dopo la dipartita del Maresciallo non ci furono nell’immediato grossi problemi di convivenza.

La caduta del Blocco Orientale ha favorito ataviche rivalità tra le diverse etnie che hanno scatenato l’inferno delle guerre jugoslave. Non è un caso che la prima Repubblica a separarsi, la Slovenia, avesse vissuto il distacco in maniera quasi indolore, in virtù del fatto che lì le spinte etniche erano meno pressanti rispetto al resto della Federazione e per la maggiore vicinanza del territorio al contesto mitteleuropeo, col quale gli sloveni avevano maggiore affinità. Diverso discorso per quei territori dove vivevano fianco a fianco croati, serbi e musulmani che si fronteggiarono in una guerra che conobbe l’infausta variabile della pulizia etnica. Non solo bisognava reclamare l’indipendenza territoriale, ma i confini nazionali dovevano essere “purificati” dalla presenza straniera. Si doveva perseguire il sogno della Grande Serbia, della Grande Albania o della Grande Croazia, una riunificazione etnica che avrebbe disgregato il vecchio Stato in entità etniche allargate, che minacciavano anche Stati sovrani terzi (discorso che riguarda la creazione di una Grande Albania comprendente territori della Grecia).

A questo proposito, difficile pensare a una proiezione geografica della distribuzione etnica dei vari popoli, allorquando le etnie convivevano e si mescolavano, nel vero senso della parola, rendendo impossibile una delineatura grafica sulla cartina. E allora la soppressione, le violenze e gli esodi si resero utili per eliminare la presenza ostile, un tempo il fratello nell’unità dello Stato (il motto della RSFJ era “Bratstvo e Jedinstvo fratellanza e unità). Portare a termine l’unità etnica ha comportato la creazione di Stati sui quali restano forti dubbi e resistenze. È il caso del Kosovo,  eticamente diviso un tempo in albanesi e serbi (non esisterebbe il kosovaro in senso stretto), che rappresenterebbe il primo passo verso la creazione della Grande Albania, una transizione verso uno Stato unitario albanese; o il caso ancor più spinoso della Bosnia-Erzegovina, un Paese creato a tavolino all’indomani degli accordi di Dayton, che non dispone di una vera e propria costituzione, ma di un accordo internazionale scritto in inglese, dove il fuoco del conflitto brucia ancora sotto la brace, in una situazione volutamente tenuta in sospeso dalle forze straniere, pronte a riaccendere la miccia nella polveriera balcanica.

Non è giusto tuttavia pensare all’inevitabilità di un conflitto etnico e lo dimostra la secolare convivenza delle varie etnie, come viene spesso ricordato dai romanzi di Andrić e dalla volontà di creare uno Stato degli Slavi del Sud che riunisse i vari popoli in un’unica realtà nazionale e che si liberasse dell’oppressione austro-ungarica. Ancor oggi a Belgrado ad esempio vivono e lavorano croati, albanesi e macedoni, in un contesto di tolleranza, e proprio in Serbia esistevano scuole per albanesi e ungheresi (presenti ancora), insomma in favore delle minoranze. Anche dal punto di vista della lingua, le differenze sono pressoché minime. Viene da pensare che la disgregazione dello Stato jugoslavo sarebbe stata inevitabile anche perché costituzionalmente definita a suo tempo, ma un conflitto così cruento e sanguinoso poteva essere evitato, soprattutto dalle potenze atlantiche che hanno colpevolmente indugiato sugli orrori che venivano commessi al di là dell’Adriatico, sfruttando la debolezza storica della Russia.

Il futuro dei Balcani, complicato e sempre pronto a deflagrare, passa da quello dell’Europa e della Russia. L’attuale conflitto ucraino russo potrebbe divenire il pretesto (la Republika Srpska da tempo chiede di separarsi da Sarajevo e il Kosovo teme un’azione di Belgrado) per riaprire la contesa in nome di ragioni etniche sempre disponibili per la causa.


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