«I miei supereroi sono gli onesti operai con le borse sotto gli occhi per la fatica quotidiana e il sorriso pronto di chi ha sogni da inseguire e condividere»: parla Stefano Cugini, assessore al nuovo welfare e sostegno alle famiglie del Comune di Piacenza

Dott. Cugini, lo scorso 29 Agosto, e poi ancora il 10 settembre, ha posto in essere dei gesti simbolici, in antitesi ad un sistema di accoglienza troppo spesso confusionario. Le andrebbe di raccontarceli? Come è finita la storia di Ciko?

Premessa: io non lascio dei minorenni in mezzo a una strada, nemmeno quando nei corridoi qualcuno me lo fa intravedere come soluzione. Non lo faccio per etica personale, per dignità istituzionale e perché è un vile atto di scarico di responsabilità su qualche altro territorio. Mille volte vergogna alla politica egoista che nasconde la polvere sotto il tappeto. I miei gesti del 29 agosto e del 10 settembre rappresentano prima di tutto la denuncia del fallimento di un sistema, che costringe un proprio esponente a un gesto eclatante pur di farsi ascoltare. Ho urlato alla luna per più di due anni l’ormai insostenibile pressione sugli enti locali rispetto all’arrivo continuo di minori stranieri non accompagnati, in particolare albanesi, e all’obbligo in capo ai Comuni della presa in carico senza limite, a prescindere dalle risorse disponibili. Mi sono rivolto a tutti i livelli, accusando il pericoloso scaricabarile che pesa sui bilanci, con capitoli di spesa non preventivabili, crea incertezza e tensioni, satura le comunità di accoglienza trasformandole in polveriere più simili a ghetti che a strutture socio-educative. Nello sconforto crescente ho preso atto della distanza tra chi oggi continua con la tattica, proponendo l’ennesimo tavolo di confronto, e gli ultimi, quelli con poche, se non nessuna, possibilità di far sentire la propria voce. Ho pensato ai ragazzi abbandonati, prima dai loro genitori e poi dal loro Stato, sicuro del fatto che non sarei stato io il terzo soggetto a lasciarli su una strada. Mi sono fatto solidale con gli operatori dei servizi sociali, carichi di competenza e volontà da far impallidire la gran parte dei politici, cui devono invece dire “obbedisco”. Li ho accompagnati in piena notte a ritirare giovani quasi adulti lasciati come pacchi agli oggetti smarriti, potendo valutare l’abisso che c’è tra questa trincea, fatta d’immediatezza e urgenza, e le sedi patinate, comode e scarsamente efficaci in cui ci ritroviamo a “cercare soluzioni”, dandoci tutto il tempo e la calma che ai tecnici sul campo non è concessa. Da queste premesse è nata la convinzione che, arrivati al punto di saturazione, come “ruota degli esposti” per questi ragazzi che da altre parti d’Italia respingono in spregio a leggi molto chiare, l’ambasciata o il consolato del Paese d’origine fossero meglio della sede dei servizi sociali. Ho così deciso di accompagnare a Milano l’ultimo arrivato, per far capire alle autorità diplomatiche albanesi la portata di questo fenomeno. Sono stato accolto e ascoltato dalla Console, che mi ha chiesto dieci giorni per un riscontro dal suo ministero e per attivare le pratiche di rimpatrio. Trascorso invano questo periodo e preso quindi atto di parole spese a vuoto, ho ripetuto il gesto, portando con me, insieme al primo ragazzo, i cinque che nel frattempo erano arrivati a Piacenza con le stesse sperimentate modalità. Sono state sette ore grottesche e surreali, in cui la Console generale, diretta superiore di chi mi aveva ricevuto il 29 agosto, ha continuato a professarsi incompetente per la soluzione del caso e a cercare di restituirmi i passaporti da me consegnati, fino alla decisione finale di chiamare Polizia e Digos, dando a loro i documenti e lasciandoli nell’evidente imbarazzo di dirimere la questione con il sottoscritto. In quanto a Ciko, protagonista, suo malgrado, di questa mia interpretazione sui generis del confronto tra istituzioni, siamo riusciti a rintracciare il parente che lo monitorava a distanza e che, ironia della sorte, si trovava proprio a Piacenza. Quando si dice essere presi in giro fino alla fine! Ovviamente lo abbiamo convinto ad assumersi le proprie responsabilità parentali e a prendersi cura del ragazzo.

Dal punto di vista giuridico e sociologico il sistema dell’accoglienza dei minori non accompagnati in Italia meriterebbe indubbiamente una rivisitazione. Quali le criticità insite nel sistema attualmente vigente? Quali le modifiche che, in virtù della sua esperienza istituzionale, apporterebbe al sistema attuale?

Qui si tratta di difendere con le unghie e con i denti il diritto ad accogliere con dignità, efficacia ed efficienza chi ha davvero bisogno. In gioco c’è l’utilizzo corretto di risorse pubbliche, soldi da impegnare al meglio. È una battaglia etica, perché chi china la testa di fronte a cose ingiuste o che mostrano punti deboli da sanare – in questo caso una legge – si rende colpevole. Le relazioni tra Stati dovrebbero essere virtuose, così da non sacrificare la scomodità di temi come questo ai vari accordi economici ed equilibri diplomatici, che, per quanto importanti, andrebbero instaurati sulla preventiva verifica di alcuni indicatori base circa la credibilità e l’affidabilità morale di una nazione. Per quanto riguarda la revisione della legge, in primo luogo, un Comune che dimostra di non avere più strutture cui appoggiarsi per un’accoglienza rispettosa degli standard normativi e della dignità umana, dovrebbe poter contare sulla collaborazione delle sedi diplomatiche dei paesi d’origine. Servirebbero concordati internazionali affinché uno Stato sovrano si accolli l’obbligo di svolgere indagini rapide e puntuali su un minore, suo connazionale, e predisporre il rimpatrio, nel preminente interesse del minore stesso. In attesa del rientro assistito nel Paese d’origine, l’ente locale con la momentanea tutela dovrebbe essere sostenuto economicamente proprio da questo Stato, per il temporaneo mantenimento dei servizi e delle strutture di accoglienza. I superiori livelli di governo dovrebbero altresì garantire per via normativa l’obbligo di rintracciabilità dei genitori e la loro imputabilità per abbandono dei figli. Anche il tema della distribuzione territoriale, che non può limitarsi ai Comuni capoluogo sedi di Questure o snodi ferroviari, dovrebbe essere adeguatamente normato. Oggi temo si sia ancora molto lontani da tutto questo. Ci vuole la voglia di conoscere a fondo il problema, grande volontà di risolverlo, buona dose di coraggio. Detto tra noi, al momento non metterei la mano sul fuoco sulla presenza di tutte queste pre-condizioni. Di certo serve una politica dalla schiena dritta, che ritiene inconcepibile desistere di fronte all’attualità che assomiglia a tratti a un muro di gomma. Perché poi si può vincere o perdere, ma il modo in cui si gioca la partita non è affatto banale.

Il servizio trasmesso dalla trasmissione televisiva “Le Iene” racconta un vero e proprio sistema escogitato per accelerare le procedure per il rilascio, da parte delle competenti autorità, del permesso di soggiorno. Raggiri similari potrebbero accentuare quell’avversione che, da qualche tempo, alberga in una parte della Popolazione Italiana ed è fomentata dal costante incremento della presenza di stranieri nelle proprie città e quartieri?

Certamente sì, perché questi raggiri danno l’idea di un impianto normativo fragile e di un lassismo istituzionale nei confronti di chi se ne vuole approfittare, che contrasta con il sentimento comune del cittadino italiano, mediamente convinto, oggi, di essere stritolato da pressione fiscale, burocrazia e inefficienze varie. Il fatto che su questi sentimenti alcune forze politiche giochino la loro irresponsabile partita di consenso personale, non fa altro che acuire fenomeni di radicalizzazione ideologica, nazionalismo e xenofobia. Va però anche detto che, in questo momento, l’esasperazione della gente è pure figlia di un’accoglienza in cui la logica emergenziale continua a prevalere su quella strutturale, in un misto di pressapochismo e scaricabarile a ogni livello. Un Comune non può subire gli arrivi senza tutele superiori, perché questo mina alla base la tenuta sociale e fa esplodere l’idea di trattamenti privilegiati. Bisogna avere il coraggio di puntare il dito contro un impianto che oggi privilegia i furbi. Procure, tribunali, Questure, non possono limitarsi al “compitino”, a fare i passacarte preoccupandosi di consegnare nel più breve tempo possibile ai Comuni i minori in arrivo e considerando poi terminato il loro compito. Finché non si arriverà a codificare sul serio le diverse responsabilità e a promuovere una reale collaborazione, sia tra Stati sovrani, che nei rapporti istituzionali tra il livello centrale e quelli periferici locali, ci sarà sempre l’ultimo anello della catena a restare con il “cerino in mano”, con pochissimi argomenti per convincere i propri cittadini di non essere vittime di discriminazione al contrario.

Lei è un assessore del Comune di Piacenza, città con circa centomila abitanti. In particolare è a capo dell’assessorato welfare e sostegno alle famiglie: un assessorato quindi costantemente a contatto con le più disparate problematiche, che affliggono le diverse fasce della popolazione. Vi è allo stato attuale, secondo Lei, una disparità, da un punto di vista assistenziale, nel trattamento tra italiani e stranieri? A quale punto è il processo di integrazione nella città di Piacenza?

I numeri del bilancio dicono di no. Piacenza è la seconda città italiana per residenti di origine straniera, ma le percentuali di risorse destinate a immigrazione e msna sono sotto al 10%. Complessivamente direi che non ci sono problemi d’integrazione: niente che ci distingua da altre città di pari dimensioni, anzi. Ciò nondimeno, è un dato di fatto che le ondate migratorie straordinarie di questa fase storica, insieme all’insicurezza mondiale data dalla crisi, dai conflitti, dal terrorismo, abbiano un peso sulla percezione della gente. Un’amministrazione seria deve tener presente tutti questi fattori, senza sottovalutarne l’effetto che si ottiene mescolandoli. Solidarietà umana ed equità sociale sono due cardini della tenuta di una comunità finché stanno in equilibrio. La presenza preponderante della prima a scapito della seconda indebolisce il senso di uguaglianza di trattamento che un’amministrazione è tenuta a riservare a tutti i suoi cittadini bisognosi. Il peggior prodromo per le c.d. “guerre tra poveri”, in cui ci si sente abbandonati da chi dovrebbe esercitare il ruolo di guida e trasmettere responsabilità e si cerca nell’altro il nemico su cui scaricare colpe e frustrazioni, identificandolo come la causa delle disgrazie personali e della sottrazione di aiuto. Bisogna tenere costantemente la barra dritta nella comunicazione con la propria comunità, perché una volta che passa (o è fatta passare, ad arte) l’idea che qualcun altro stia beneficiando di risorse che potrebbero essere destinate a te, per quanto non corrispondente a realtà, sradicarla è molto difficile.

Pragmatismo e astrattismo: luci e ombre di un buon amministratore. Quali le linee guida, o meglio le stelle polari, del suo agire amministrativo?

I cittadini sono la stella polare, il mio riferimento costante. Anche quando mi confronto in ufficio con i miei collaboratori, mi accorgo di indicare spesso la finestra per dire che “dobbiamo pensare a chi sta la fuori”. I cittadini non hanno bisogno di amministratori che ricordano in ogni momento le criticità: quelle le vedono da soli. Hanno bisogno di rappresentanti credibili, che diano una visione e propongano soluzioni, spiegando quello che fanno e facendo quello che dicono. È il volontariato ad avermi prestato alla politica. Amministro come so fare il volontario, con l’ottimismo ignorante di chi crede possibile un mondo migliore se si lavora insieme. Si è mai visto un volontario fare promesse? Il volontario coglie un bisogno, si attiva per risolverlo, cerca chi lo può aiutare. Ai proclami preferisco la fatica; a un cattivo compromesso, il valore di una giusta battaglia. Faccia, bisogna essere disposti a metterci la faccia, a stare in mezzo alla gente: non è tempo per gli infallibili e per quelli che “la colpa è sempre di qualcun altro”. I miei supereroi sono gli onesti operai con le borse sotto gli occhi per la fatica quotidiana e il sorriso pronto di chi ha sogni da inseguire e condividere. Quando qualcuno mi chiede “come va”, ripeto a disco rotto: “chi lavora in fabbrica o in miniera fa più fatica”. È un modo per non prendersi troppo sul serio, altra cosa importante per chi ha un ruolo pubblico. Dobbiamo coltivare il senso di precarietà personale, perché è con la precarietà degli altri che abbiamo a che fare. Con un po’ di enfasi posso dire che il più bel complimento ricevuto è di chi mi ha definito “assessore operaio”. La politica, infatti, deve essere operaia, fatta di esempio e sacrificio. Senza il primo non c’è credibilità. Senza il secondo manca la spinta al miglioramento.


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Giuseppe Leonetti
Una famiglia dalle sane radici, una laurea in Giurisprudenza all’Università di Bologna, con una tesi su “Il fenomeno mafioso in Puglia”, l’esperienza di tutti i giorni che ti porta a misurarti con piccole e grandi criticità ... e allora ti vien quasi spontaneo prendere una penna (anzi: una tastiera) e buttare giù i tuoi pensieri. In realtà, non è solo questo: è bisogno di cultura. Perché la cultura abbatte gli stereotipi, stimola la curiosità, permettere di interagire con persone diverse: dal clochard al professionista, dallo studente all’anziano saggio. Vivendo nel capoluogo emiliano ho inevitabilmente mutato il mio modo di osservare il contesto sociale nel quale vivo; si potrebbe dire che ho “aperto gli occhi”. L’occhio è fondamentale: osserva, dà la stura alla riflessione e questa laddove all’azione. “Occhio!!!” è semplicemente il titolo della rubrica che mi appresto a curare, affidandomi al benevolo, spero, giudizio dei lettori. Cercherò di raccontare le sensazioni che provo ogni qualvolta incontro, nella mia città, occhi felici o delusi, occhi pieni di speranza o meno, occhi che donano o ricevono aiuto; occhi di chi applica quotidianamente le regole e di chi si limita semplicemente a parlare delle stesse; occhi di chi si sporca le mani e di chi invece osserva da una comoda poltrona. Un Occhio libero che osserva senza filtri e pregiudizi…