Allievo di due mostri sacri della fotografia, Oliviero Toscani e Giuseppe Rotunno, il giovane talento calabrese Davide Manca ha curato la fotografia di molti film, serie tv (“I delitti del Barlume” e il “Circeo”) importanti format e innumerevoli videoclip e spot televisivi, ma i riconoscimenti maggiori sono il suo progetto “Fabrique du cinèma”

Ciao, Davide. Nel linguaggio cinematografico cosa si intende esattamente per “fotografia”?

Fotografia è la creazione, attraverso luci ed ombre, i colori e gli spazi, di una determinata “atmosfera”. Come gli attori quando interpretano un personaggio e in ogni scena esprimono il loro percorso emotivo, così la luce, “la fotografia”, deve trasmettere quelle emozioni, deve supportare la scrittura e trasformarsi in messaggio inconscio di un determinato sentimento. È come quando sei davanti ad un dipinto di Turner e sei inquietato da quelle sfumature di luce oppure quando davanti ad una tela impressionista sei catturato dalla gioia dei riflessi del sole, così la fotografia cinematografica porta lo spettatore in un viaggio emotivo fatto di luci e ombre.

Il contrasto di luci ed ombre presente in una scena può condizionarne anche l’efficacia interpretativa degli attori?

La fotografia è amplificatore emotivo delle performance attoriali, è un connubio importante. La luce avvolge e disegna i loro volti e i loro corpi all’interno degli ambienti. Ogni fonte di luce presente in scena è modellata dal direttore della fotografia per determinare il rapporto tra corpo e spazio. Una finestra con un raggio di sole che non riesce ad entrare perché filtrato da scure persiane può presentare la sensazione emotiva da cui partirà la performance attoriale, un abat-jour accesa invece di un lampadario ti trasporta con maggiore efficace in una scena di passione fra due corpi. Il viso metà in luce e metà in ombra come “Kurtz” in “Apocalyps Now”, fotografato dal maestro “Vittorio Storaro”, lascerà per sempre impresso nella storia del cinema il volto “cuore di tenebra” di Marlon Brando.

La fotografia è propedeutica a particolari fasi di produzione o ne è conseguenza?

La fotografia è prima, durante e dopo. Si parte dalla preparazione, si disegna insieme al regista un collage creativo di quello che desideriamo diventi l’immaginario visivo del film. Si scelgono i colori portanti di ogni scena, si definiscono le emozioni leggendo la sceneggiatura. Poi, sempre insieme al regista e allo scenografo, si scelgono le locations, gli ambienti, la materia, la densità delle pareti e degli arredi. Al tempo stesso con il costumista si valutano i tessuti e i colori degli abiti e con il Make up artist si testano i volti dei protagonisti, con varietà di prodotti e palette cromatiche per capire come esaltare o temperare le espressioni dei loro volti in ogni diversa scena del film. Durante c’è il set, e lì inizia la corsa forsennata per riuscire a trasformare in immagini tutte quelle reference di quadri, foto o altro che componeva il moodboard che si era creato con il regista. Proiettori, lunghi binari su cui scorre la macchina da presa, riflessi, posizioni, segni, cornici in cui incastonare le coreografie dei personaggi sul fotogramma. Dopo, la parte più rilassata, è prevista la correzione colore che avviene a montaggio concluso. La color correction è la fase finale in cui si dà una coerenza cromatica ad ogni inquadratura di ogni scena, dove si bilanciano i colori e i contrasti, è un po’ come quando si leviga il legno grezzo, una raffinata opera di cesellatura.

Dal tuo ultimo lavoro “Falla girare” di Giampaolo Morelli, a “I delitti del Barlume” alla serie del “Circeo”, fino alle innumerevoli precedenti collaborazioni, nella produzione seriale a quale progetto sei più particolarmente legato?  

“Il cacciatore”, serie di Rai2 e Amazon Prime tratta dal libro “Il cacciatore di Mafiosi” di Alfonso Sabella è stato il progetto che più mi ha permesso di trovare il mio gusto estetico e artistico. Ho diretto la fotografia per tre stagioni. Ho cercato il giusto bilanciamento dei colori, il fotorealismo dei volti in un quadro il più possibile espressionista, un continuo alternarsi di ombre e sottotoni ma con la giusta intensità di luce negli sguardi dei personaggi, nei loro occhi. Una continua ricerca della tridimensionalità pittorica, dell’atmosfera senza mai nascondere, anzi, esaltando l’estrema forza dell’immedesimazione dell’attore nel suo personaggio. Questo è stato possibile perché la sceneggiatura, lo script, era potente. “Il Cacciatore” racconta un momento fondamentale di storia italiana, una storia che andava raccontata e raccontata con le giuste immagini. Ma solo grazie all’alchimia con i registi questo può succedere. Stessa cosa è accaduto con “Circeo”, la serie Paramount diretta da Andrea Molaioli, anche lì un momento fondamentale della crescita sociale del nostro paese a fine Anni Settanta. Stessa alchimia, stessa potenza della storia, stesso desiderio di amplificare l’enorme lavoro e bravura del cast.

In cosa consiste il tuo progetto “Fabrique du cinèma”?

Fabrique nasceva da una mia esigenza di più di dieci anni, dare risalto e il giusto riconoscimento a quegli autori, registi, attori, direttori della fotografia come me del cinema italiano, che allora erano considerati troppi giovani e troppo diversi da quello che era il panorama cinematografico degli Anni Duemila. Quando nessuna rivista di settore voleva promuovere o meglio scommettere sulle novità, io e un gruppo di persone, che ha amato da subito questa folle idea, abbiam elaborato questa linea editoriale contro tendente: cambiare il cinema italiano! E così, tra eventi, feste, tavole rotonde, workshop e l’attività della redazione della rivista, in questi anni siamo riusciti a promuovere e premiare il talento. Una rivoluzione culturale che ha riportato in Italia la voglia di fare un cinema più spericolato e non più solo drammi borghesi di famiglie in crisi. Una rivoluzione che oggi vede tra gli autori più noti un nutrito gruppo di Under 30.


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Iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Puglia, ho iniziato a raccontare avventure che abbattono le barriere della disabilità, muri che ci allontanano gli uni dagli altri, impedendoci di migrare verso un sogno profumato di accoglienza e umanità. Da Occidente ad Oriente, da Orban a Trump, prosa e poesia si uniscono in un messaggio di pace e, soprattutto, d'amore, quello che mi lega ai miei "25 lettori", alla mia famiglia, alla voglia di sentirmi libero pensatore in un mondo che non abbiamo scelto ma che tutti abbiamo il dovere di migliorare.

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