“Controsenso – usi e abusi delle parole“ (Albatros) è il primo lavoro editoriale di Michela Conte. Il libro, ancor prima la rubrica che cura su Odysseo dal 2018, ha lo scopo di familiarizzare con i tesori della nostra lingua, liberando il più possibile l’esperienza comunicativa e, quindi, la nostra vita relazionale, che su di essa si fonda. A spiegarcelo è la stessa Michela.

Ciao, Michela. Perché hai scelto di procedere “controsenso”?

Andare “controsenso” significa sfidare il senso comune con cui quotidianamente viviamo situazioni, e relazioni, un senso comune inteso non come condivisione di valori e prospettive, ma come adagiamento sulle visioni della maggioranza, sul “così fan tutti”. Per procedere “controsenso” occorre uscire dalla comfort zone, in cui il significato delle cose e delle parole è ricevuto passivamente e dato per scontato, e ciò comporta la fatica personale di pensare, farsi delle domande, coltivare dubbi e restare spesso senza risposte certe. Ma in questo cammino liberante ci si accorge che il senso più autentico delle cose e delle parole ci viene incontro spontaneamente nel momento in cui ci muoviamo.

Quali sono gli “usi e abusi” delle parole?

Quando le parole vengono usate per innalzare muri, per rafforzare stereotipi, per alimentare paradossi, per abitare luoghi comuni, per discriminare, per etichettare, per trincerarsi, allora vengono abusate. Negli abusi delle parole anzitutto si logorano le relazioni: le parole non sono mai “solo parole”; la parola, quella detta e quella non detta, è un fatto che accade e come tutti i fatti crea e modifica situazioni fuori e dentro di noi. Negli abusi delle parole, inoltre, si perdono i significati più autentici delle stesse, quelli che invece le etimologie tendono a restituire spontaneamente. Il libro, ancor prima la rubrica che curo su Odysseo dal 2018, ha lo scopo di familiarizzare con i tesori della nostra lingua, liberando il più possibile l’esperienza comunicativa e, quindi, la nostra vita relazionale, che su di essa si fonda.

Credi che confezione e contenuto abbiano la stessa valenza nel determinare (in via più o meno diplomatica) i destini, di guerra e pace, personali o comunitari?

Penso che la confezione delle cose sia già contenuto. L’una rivela il secondo, ne è parte, lo anticipa, difficilmente lo nasconde e, se lo fa, è solo per rivelarlo in un secondo momento. Ciò che chiamiamo apparenza, ciò che consideriamo forma, lungi da luoghi comuni e modi di dire diffusi, è già sostanza ed è capace di lasciare un segno più di quello che possiamo immaginare o solo lontanamente prevedere, anche oltre le intenzioni consce. E non parlo dei grandi proclami nei quali, evidentemente, lo scollamento con la realtà rende vuote le parole; mi riferisco più che altro a dettagli quasi impercettibili, capaci di confermare o smentire l’ufficialità delle grandi cose e l’altisonanza delle promesse. E questo vale per tutti e in tutte le situazioni.

Che siano “insidiose” (è il caso di “Abbastanza”), difficili da definire (“Bellezza” o “Cattivo”), necessarie (“Consenso”), complesse (“Cultura”), ab-usate (“Donna”), semplici (“Mamma” e “Papà”) o scomode (“Vuoto”), che ruolo assumono le parole nella tua vita di mamma e di insegnante?

Come madre, sento fortissima la responsabilità sia di quello che dico, sia di come lo dico. Io e mio marito abbiamo scelto fin dai primissimi giorni di vita di Riccardo di parlargli in un certo modo, di preferire alcune parole ad altre, di escludere addirittura termini a parer nostro problematici. E mi riferisco non solo a parole scurrili, ma anche a qualsiasi termine o espressione che possa minare la relazione di fiducia e trasformarla in un rapporto di potere: obbedisci, stai zitto, sei piccolo, non capisci, non lo sai fare, hai sbagliato, sei sempre il solito, non piangere, non sono cose da maschio, guarda che strana persona…e potrei continuare. Un genitore costituisce il primissimo modello di umanità per un bambino, che ne assorbe il modo di guardare il mondo e, volente o nolente, tende a replicarlo. Riccardo, poi, è un ipersensibile e coglie le sfumature del parlato e del taciuto, qualcosa di meraviglioso e di impegnativo al contempo.

In misura diversa, è così anche per un’insegnante: come scrive Massimo Recalcati, un’ora di lezione può segnare la vita di uno studente o di una studentessa in maniera irreversibile, nel bene e nel male. Urge nelle aule scolastiche passare a una comunicazione rispettosa, assertiva ma non umiliante, in grado di trasmettere limiti e valori attraverso una relazione di fiducia reciproca, in cui si può essere se stessi e si può addirittura sbagliare. E ovviamente ricominciare, sempre.

Da Odysseo al tuo primo lavoro editoriale, a chi dedichi questo step?

A mio marito Paolo e a mio figlio Riccardo: i loro silenzi educano le mie parole, le loro lentezze rallentano la mia fretta. Il loro amore mi salva ogni giorno.


Articolo precedenteMAGNIFICA HUMANITAS
Articolo successivoEssere al fianco di Cuba
Iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Puglia, ho iniziato a raccontare avventure che abbattono le barriere della disabilità, muri che ci allontanano gli uni dagli altri, impedendoci di migrare verso un sogno profumato di accoglienza e umanità. Da Occidente ad Oriente, da Orban a Trump, prosa e poesia si uniscono in un messaggio di pace e, soprattutto, d'amore, quello che mi lega ai miei "25 lettori", alla mia famiglia, alla voglia di sentirmi libero pensatore in un mondo che non abbiamo scelto ma che tutti abbiamo il dovere di migliorare.

LASCIA UNA RISPOSTA

Please enter your comment!
Please enter your name here