Il regime turco ha invaso e leso il popolo curdo, che continua a soffrire una presenza ostile

La Turchia è un pezzo di mondo meraviglioso, ricco di cultura e di bei colori. Di giorno e di notte sul Bosforo, in un sublime punto di congiunzione tra Occidente e Oriente, si può ammirare la meraviglia dell’ambiente paesaggistico. L’ambiente sociopolitico, e con esso l’esistenza dei popoli che vivono la complessa ed eterogenea società turca invece, è inquinato dal regime di Erdoǧan.

Sono stato ad Istanbul durante gli ultimi giorni di dicembre 2019 e durante i primi giorni di gennaio 2020, e ho avuto il piacere di poter visitare Santa Sofia, poco prima dello spiacevole “mutamento” che ha riguardato quella bellezza storica. Il mutamento di destinazione risulta infatti deprecabile anzitutto perché inseribile in una politica di retrogradi intenti, quale è quella di Erdoǧan.

Il regime di Erdoǧan però non ha promosso solo questo atto di arretratezza sul piano culturale, ma ha permesso una escalationdi eventi che colpiscono il cuore di ogni Stato di diritto fondato sulle tradizioni costituzionali della tutela della persona e dei connessi diritti umani.

La Turchia di Erdoǧan è lo spazio entro il quale la valorosa avvocata Ebru Timtik è morta di digiuno dopo 238 giorni di sciopero della fame. Mentre io ero a Istanbul per vedere con i miei occhi gli spaccati socioculturali e artistici di quella fetta di Turchia, il 2 gennaio 2020, la collega Ebru iniziava il suo coraggioso sciopero della fame. Due anni fa l’avvocata era stata condannata a più di 13 anni di detenzione (detenzione turca!) insieme a 17 colleghi difensori dei diritti umani, membri dell’Associazione degli Avvocati Progressisti, in seguito ad una accusa di appartenenza a gruppo terroristico. Nella Turchia di Erdoǧan viene permesso che chi difende i diritti di chi si oppone al regime illiberale e antipersonologico, svolgendo in modo diligente, coraggioso e indipendente la propria professione, vede violati conseguentemente i propri diritti fondamentali. All’avvocata Ebru Timtik erano stati negati i basilari diritti di difesa processuale.

Come ha dichiarato il membro del consiglio difensivo Fausto Gianelli a “Il manifesto” in un articolo di Chiara Cruciati circa le tragiche vicende processuali di Timtik, nello Stato turco “il vertice del Consiglio giudiziario, che dipende dal ministero della giustizia, ha scelto i giudici del procedimento, sostituendo quelli che avevano inizialmente prosciolto gli avvocati per inconsistenza delle prove. Avevano emesso un ordine di scarcerazione ma la notte successiva (…) il collegio è stato cambiato e il giorno dopo, sabato, i nuovi giudici hanno revocato l’ordine di rilascio su richiesta della procura. Mai visto prima. Dal tentativo del golpe del 2015, il Consiglio giudiziario non è più indipendente ma risponde direttamente al ministero”.

Helin, Mustafa, İbrahim, Ebru, ed altri, sono nomi di martiri per i diritti umani, persone dietro le cui piaghe e sacrifici esistenziali si ravvivano gli ideali di forte e progressista umanità.

Ci sono tanti casi di violazione dei diritti umani in Turchia, con avvocate e avvocati coraggiosi e indipendenti che rischiano la propria libertà, la propria incolumità, la propria vita per svolgere al meglio una professione in settori delicati, in un attivismo cosciente per lo Stato di diritto umano, personologico.

La Turchia di Erdoǧan è la Turchia in cui il parlamentare curdo Demirtaş viene reso un detenuto “politico”, dal 4 novembre 2016 ad Edirne in una cella di 12 metri quadri insieme ad un altro parlamentare. Demirtaş è un esponente dell’HDP (Partito Democratico dei Popoli), avvocato, fondatore di Amnesty International a Diyarbakir, impegnato per la difesa dei diritti umani, ed in particolare nelle campagne per la tutela dell’ecosistema e dei diritti degli omosessuali.

Il regime turco ha invaso e leso il popolo curdo, che continua a soffrire una presenza ostile.

“Conoscere per deliberare”, citazione da scolpire nelle agende dei governi e di tutte le istituzioni pubbliche: la politica estera italiana e la politica estera comune di matrice eurounionale canalizzino ed abbraccino le proprie deliberazioni in una direzione strutturalmente antitetica al regime di Erdoǧan, alzando la voce dei diritti, imprimendo condizioni adeguate a renderci manifestamente dalla parte del modello di Stato di diritto umano, così tanto lacerato in Turchia.


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