
Indagare la mancanza non come vuoto da colmare, ma come spazio generativo, capace di attivare il desiderio e il processo creativo. Da questa tensione prende forma “Ciò che manca”, l’opera che Giovanni Casamassima e Francesca Mansi hanno esposto a “Desiderium”, la mostra d’arte contemporanea a cura di Gina Affinito, in programma dal 31 gennaio al 7 febbraio, nel Palazzo Pisani Revedin, di Venezia. A parlarcene è lo stesso Giovanni.
Ciao Giovanni e Francesca. Perché avete deciso di realizzare l’opera “Ciò che manca”?
Ciò che manca nasce da una riflessione condivisa sull’assenza come condizione fondamentale dell’esperienza umana. Ci interessava indagare la mancanza non come vuoto da colmare, ma come spazio generativo, capace di attivare il desiderio e il processo creativo. L’opera prende forma proprio da questa tensione: rendere visibile ciò che solitamente resta incompiuto, lasciando allo spettatore la possibilità di riconoscere una dimensione personale e universale allo stesso tempo.
Come si colloca il vostro lavoro all’interno della mostra Desiderium?
All’interno di Desiderium, il nostro lavoro si inserisce in modo coerente con l’impianto curatoriale, che interpreta il desiderio come forza irrisolta e motore dell’atto creativo. Ciò che manca non rappresenta il desiderio, ma lo evoca attraverso la sottrazione e l’incompiuto. È un’opera che dialoga con lo spazio e con il tempo dello sguardo, invitando a un’esperienza più contemplativa e riflessiva, in sintonia con il tema centrale della mostra.
Qual è il modo migliore per affrontare questa continua tensione verso la ricerca e l’esplorazione?
Crediamo che questa tensione non debba essere risolta, ma abitata. La ricerca artistica nasce proprio dall’irrequietezza, dal dubbio, dalla spinta verso ciò che ancora non si conosce. Piuttosto che cercare un equilibrio definitivo, per noi è importante accettare l’instabilità come parte integrante del processo creativo. È in questo spazio aperto che l’opera può realmente svilupparsi.
Progetti futuri?
Stiamo proseguendo una ricerca che continua a interrogare il rapporto tra presenza e assenza, tra visibile e invisibile. Ci interessano sempre di più i lavori che si collocano in una dimensione liminale, dove l’opera non si impone ma si lascia scoprire.
Abbiamo in cantiere nuovi progetti espositivi e una riflessione più ampia sul dialogo tra spazio, memoria e percezione. Senza anticipare troppo, possiamo dire che continueremo a lavorare su ciò che non si vede subito, su ciò che resta in sospensione. Perché è lì che, per noi, l’arte continua ad accadere…
























