Da un lato ad Andria ci sono almeno 500 famiglie che da almeno sei anni aspettano una casa a cui avrebbero diritto. Queste sono le famiglie che parteciparono al bando Erp, quello per ottenere le case popolari, nell’estate del 2008, l’ultima volta che un bando simile è stato indetto dal nostro Comune, ad opera della passata amministrazione. In quel caso giunsero nei nostri uffici amministrativi 848 domande, di cui 577 accolte. La graduatoria definitiva fu approvata dalla II Commissione Territoriale per la Formazione delle Graduatorie il 17/10/2011.

Quel che il Comune di Andria da allora ha fatto è stato assegnare, esattamente in data 30 settembre 2013, 16 alloggi di sua costruzione (in via Porta Pia) destinandoli ad anziani autosufficienti (rendendoli effettivamente abitabili solo qualche giorno fa). E in seguito, ad Aprile 2014, assegnare altre 57 case in via Ospedaletto, costruite però dallo IACP di Bari (che oggi si chiama ARCA, Agenzia Regionale per la Casa e l’Abitare), con un coinvolgimento solo relativo della nostra amministrazione. Durante la cerimonia di inaugurazione il Sindaco Giorgino promise “il massimo impegno dell’Amministrazione Comunale per l’attivazione di altri alloggi popolari in un momento socio-economico difficile”. A parte questo niente più.

Dall’altro lato ad Andria ci sono circa 1000 case invendute, come denunciato da Andrialive circa un mese fa. Il motivo è che si è continuato a costruire anche durante i primi anni di crisi, cosa che ha fatto scendere i prezzi del 20% negli ultimi 5 anni. La cosa, chiaramente, ha influito anche sugli affitti che sono diventati sempre meno remunerativi, fino a rendere solo il 4,1% lordo, il dato più basso fra i capoluoghi pugliesi. In altre parole, anche noi, come successo qualche anno fa in America, ci troviamo alle prese con la nostra piccola bolla immobiliare. Gli altri inseguono il sogno americano, a noi è piaciuto l’incubo.

Dunque, da un lato abbiamo famiglie senza casa, dall’altro case senza famiglie, come disse qualcuno: “Intravedo una soluzione”.

La soluzione sarebbe quella che il Comune, mantenendo fede alla promessa – fatta solo qualche mese fa – di attivare altri alloggi popolari in un momento socio-economico difficile, si adoperasse per l’acquisto di case invendute da destinare poi alle famiglie a cui spettano. Certo non è un’operazione che l’ente comunale potrebbe svolgere da solo, sarebbe necessario il coinvolgimento dell’ente preposto (ARCA) e il contributo della Provincia o della Regione, ma è una scelta che porterebbe a più di un giovamento. Le case si potrebbero comprare dai costruttori non a prezzo di mercato, bensì ad un prezzo ribassato, e così ne gioverebbero le famiglie senza casa che finalmente se ne vedrebbero assegnata una; ne gioverebbero i costruttori che venderebbero le case costruite; ne gioverebbe il mercato immobiliare che avrebbe una spinta a ripartire, nonché il mercato degli affitti. Si accorcerebbero drasticamente i tempi d’attesa per i futuri inquilini, essendo le case già pronte e non da costruire, si eviterebbe altro spreco di territorio.

Quanto esposto non è frutto di incaute fantasie, ma è la strada che si sta già tentando nei comuni della Toscana, dell’Umbria, del Veneto. È una strada che potremmo percorrere anche noi, guardando da un lato e dall’altro, cauti come i bimbi che imparano ad attraversare e consapevoli dell’inevitabilità di quei passi, che a rimandarli e rimandarli, si fa la fine dei bambocci.
Andrea Colasuonno


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