La scomparsa di Massimo Troisi ha gettato tutti in uno sconforto anacronistico

Un cuore fragile che si è spezzato a soli 41 anni. Era il 4 giugno 1994 e Massimo Troisi ci lasciava un vuoto incolmabile ed un bagaglio di esperienza comica stracolmo di sketch e perle cinematografiche.
Oggi, 25 anni più tardi, “Non ci resta che piangere”, parafrasando un suo successo al fianco di Roberto Benigni. Nato a San Giorgio a Cremano, Massimo Troisi ha fatto del suo napoletano la cifra stilistica di una satira d’altri tempi, un linguaggio masticato, appena accennato, quasi incomprensibile nello spelling, ma geniale nell’eloquenza delle sue movenze.

Diventato celebre con Lello Arena ed Enzo Decaro nel trio “La Smorfia“, che Odysseo ha scelto di omaggiare intitolando allo stesso modo una rubrica del giornale, Massimo si è imposto, come maschera cabarettistica e regista, sul grande schermo con film quali “Ricomincio da tre“,“Scusate il ritardo“,“Le vie del Signore sono finite“,“Pensavo fosse amore…invece era un calesse“ e “Il Postino“, diretto da Michael Radford, il suo canto del cigno, epitaffio poetico dedicato a Pablo Neruda (Philippe Noiret), che gli valse una candidatura postuma agli Oscar.

Proprio “Il Postino“ ha rappresentato per Troisi la più grande fatica. Nonostante, infatti, fosse in attesa di sottoporsi al secondo intervento cardiaco, dopo quello che aveva subìto nel 1976 a Houston, volle portare a termine le riprese per poi morire nel sonno a lavoro concluso.
La scomparsa di Massimo Troisi ha gettato tutti in uno sconforto anacronistico, in un’epoca senza tempo, come quel “Millequattrocento, quasi Millecinque“, del Medioevo di Frottole in “Non ci resta che piangere“. Ci siamo ritrovati anche noi senza luce al riparo da un temporale di emozioni.

Dal teatro delle cantine ai grandi monologhi, Troisi ha valorizzato il cosiddetto “riso amaro“, un’ironia segnata e avvilita dalla fame, conditio tanto cara persino a Totò. La denuncia sociale espressa da Troisi riprendeva, italianizzandolo, il grammelot di Dario Fo (https://www.odysseo.it/dittatore/), spostando il centro dell’attenzione dalla ricerca del pane del Primo Novecento, all’arte comunicativa degli Anni Settanta.

“Troisi era un genio – racconta l’attrice Giuliana De Sio – un cuore così debole e così forte non lo avevo mai incontrato. Non si limitava in nulla, neppure nel sesso, anche se i medici glielo sconsigliavano…“ ,“Troisi era un comico vero – ha ricordato, invece, Roberto Benigni – sai quando ti svegli la mattina e vuoi raccontare qualcosa a qualcuno? Ecco, questo era per me Massimo, un amico da custodire come un fiore i cui petali sono penzolanti. Faceva qualsiasi cosa consapevole che il suo tempo non fosse illimitato…“.

Un tempo, il suo, da ottimizzare abbreviando il nome Massimiliano in Ugo, o abbracciando la morte con un “mò me lo segno“ passato alla storia. Il dialetto biascicato di Troisi era melodia, musica a cui Pino Daniele ha provato a restituire parole con “Quando“ o “Qualcosa Arriverà“, note soavi di due angeli ritrovatisi in cielo.
Scusa se siamo tristi, Massimo, ma o’ssaje comme fa o’ core quann’ s’é annammurato.


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