
«Chiunque abbia potere è portato ad abusarne; arriva sin dove non trova limiti. Perché non si possa abusare del potere, occorre che il potere arresti il potere».
(Charles-Louis Montesquieu da Lo spirito delle leggi)
«I’m afraid of Americans, l’m afraid of the world… God is an American…»
(David Bowie da l’m afraid of Americans)
Cosa aspettarsi dopo l’intervento golpista degli USA di Trump in Venezuela?
In Venezuela: la presidenza della Repubblica verrà assegnata, come un premio ad una gara canora, alla signora Maria Corina Machado, insignita del Nobel per la pace l’anno passato con la motivazione “Per il suo lavoro nella promozione dei diritti democratici e per la sua lotta per raggiungere una transizione giusta e pacifica dalla dittatura alla democrazia in Venezuela”.
Ella, infatti, più volte aveva invitato il suo amico Trump, cui ha dedicato il premio, ad invadere lo Stato sudamericano.
Dunque, chi meglio di lei a prendere il posto di Maduro?
È la perfetta candidata a ricoprire un ruolo ancillare alle voglie statunitensi di mettere le mani sulle riserve petrolifere venezuelane, che fanno di quello Stato il Paese al mondo con più disponibilità (circa il 18% di tutto il globo terraqueo).
Il petrolio è, di solare evidenza, il vero motivo del golpe e non il narcotraffico, come da latrati trumpiani che, a più riprese, hanno cercato, già dall’autunno scorso, di preparare per poi giustificare, questo ineffabile epilogo.
Con lei al governo, i pozzi saranno privatizzati, o quanto meno dati in concessione alle multinazionali straniere (leggasi statunitensi) che ne faranno fonte di ricchezza (e profitto), di cui il popolo venezuelano vedrà sì e no le briciole.
Lo Stato sociale che Hugo Chavez aveva faticosamente costruito e Maduro, con i mezzi disponibili, gestito, si scioglierà come neve al sole, un po’ come motosega Milei sta facendo in Argentina.
C’è solo un’incognita che potrebbe fare la differenza e riscrivere la storia, la cui fine sembra già nota: la resistenza del popolo, cui si è appellato il ministro della difesa dello stato caraibico che ha denunciato con toni duri l’invasione statunitense invitando i suoi concittadini alla calma e all’opposizione intransigente verso il nemico.
Negli Stati Uniti: Trump, che aspira al ruolo di paciere, vista la tepidezza degli altri Stati nella stigmatizzazione della sua mossa, visto il fallimento definitivo del diritto internazionale (quel profeta di Tajani aveva già detto tutto quando ricordò, ai tempi della flotilla, che “il diritto internazionale vale fino a un certo punto …”), potrà ben pensare di occupare il Canada e la Groenlandia, cioè due stati che fanno parte della Nato, per acquisire terre rare e ricchezze più tradizionali.
Ormai il suo ego ipertrofico è senza limiti e galoppa verso la “frontiera” degli USA padroni del mondo, come un cavallo senza briglie.
C’è solo un’incognita che potrebbe fare la differenza e cambiare il finale: gli altri stati della Nato, in un tardivo (ma meglio tardi che mai!) atto di resipiscenza potrebbero uscire dal Patto atlantico, lasciando soli gli Stati Uniti e qualche altro stato pusillanime, coalizzarsi tra di loro e respingere l’assalto dell’impero americano.
In Europa: il Regno Unito, fedele all’amico americano, abbraccerà la causa.
Gli altri Paesi dell’Unione Europea, che stanno cercando già lessicalmente equilibri per non dispiacere il paparino (Rutte dixit), si accoderanno (come già hanno fatto al tempo della meteora Guaidò) e, più forte che pria, applaudiranno per il colpo inferto al narcotraffico e per aver ristabilito democrazia e libertà nello stato bolivariano.
C’è solo un’incognita che potrebbe fare la differenza e spiazzare le aspettative: la UE capisce che è ora di fare i suoi soli interessi economici, le classi politiche al potere vengono sostituite da veri patrioti e sovranisti nel vero senso della parola, rompe le relazioni commerciali (dazi compresi) con gli USA, cui decide di applicare pacchetti di sanzioni commerciali come ha fatto, ad abundantiam, con la Russia di Putin. E comincia una relazione economica privilegiata con i BRICS.
In Cina: Xi decide che è ora di porre fine, in via definitiva, alla questione di Taiwan, perché, ragiona, “voglio vedere se the Donald si azzarda a dire qualcosa contro” per un fazzoletto di terra, infinitamente meno appetibile del Venezuela.
Qui non c’è incognita che tenga.
In Russia: Putin continua la guerra all’Ucraina affondando i colpi, mentre a parole condanna il golpe americano. La prospettiva di pace si fa più lontana, anche se, nelle retrovie, opera per inviare armi ai resistenti venezuelani.
C’è solo un’incognita che potrebbe fare la differenza e cambiare le carte in tavola: Putin davvero finisce per sostenere militarmente il Venezuela entrando in guerra contro gli USA. E sarebbe la terza guerra mondiale, non a pezzi, com’è ora, ma vera e propria.
Queste sembrano le prospettive.
Poi, chissà … Potrebbe cadere un meteorite sulla Terra, cambiarne l’orbita, avvicinarla al Sole per farla liquefare.
Ma questa storia non ci sarebbe nessuna a raccontarla.
























