
Checco fedele a Checco
Non ci soffermeremo sul ritorno di Checco Zalone, sulla ritrovata partnership con Gennaro Nunziante, sui numeri da record al botteghino di “Buen Camino”, ma sul significato che la pellicola assume in un mare di critiche discordanti.
La sfida era importante, soprattutto dopo il flop di “Tolo Tolo”, un esperimento che Luca Medici aveva tentato curando personalmente la regia. Il cammino di Santiago de Compostela che Checco Zalone intraprende è un percorso minato, con trappole disseminate lungo aspettative alte e giudizi netti.
Ma è proprio nelle sfumature che il film si nobilita, tra nuances manichee che eludono la linea di demarcazione che separa successo e fallimento. Qui Zalone pare non preoccuparsi di ciò che arriva al pubblico, non gli interessa recitare per suscitare ilarità nello spettatore, interpreta se stesso per il gusto di farlo, per rimettersi davanti alla macchina da presa divertendosi nostalgicamente.
Chiaro, lo smalto è un po’ più opaco di quello di una ventina di anni fa, ma la mimica non mente, è palese espressione di una comicità senza tempo, è la commedia on the road di una ricchezza ostentata ma redenta, i valori che si ribaltano per incontrare la leggerezza di messaggi profondi, una licenza satirica concessa solo all’artista di Capurso.
“Buen Camino” è dissacrante nei confronti del perbenismo, è epifania di religiosità applicata alla semplicità, è eresia intesa come scelta, quella di seguire le orme di una figlia, in un rapporto generazionale che deve vedere i genitori imparare dai più giovani, e non viceversa. “Buen Camino” ridisegna l’Amore allargandolo ad un senso più spirituale possibile, è l’affezione agapica di Dio verso chi scorge un sentiero da attraversare con convinzione e dedizione, affinché tutti possiamo sentirci Checco, Cristal o Alma.
“Buen Camino” è il giusto compromesso natalizio di un proposito da conservare tutto l’anno: essere felici semplicemente vivendo.
























