Non quella che avevamo sognato, non quella che avevamo previsto, ma quella che, senza saperlo, stavamo cercando“. A confessarcelo è Michele Ruta in riferimento a “Prossima fermata, Mantova”, il cortometraggio da lui scritto e diretto, un introspettivo resoconto di inclusione ed emigrazione, un distacco emotivo che non significa diventare “altro” senza memoria, ma trovare un nuovo spazio che integri il tutto. Mantova nel corto è quasi personaggio: architettura, comunità, paesaggi accoglienti, ma anche sfide. E questo ambiente “ospitante” permette ai protagonisti di sperimentare nuovi legami e una nuova casa.

Ciao, Michele. Perché hai deciso di scrivere e dirigere il cortometraggio “Prossima fermata, Mantova”?

Ho deciso di scrivere e dirigere “Prossima fermata, Mantova” perché volevo vedere cosa si prova dietro una macchina da presa, volevo raccontare un tipo di migrazione, provata sulla mia pelle, che spesso passa inosservata: quella interna, da Sud a Nord, fatta di ragazzi che lasciano la propria terra per cercare un futuro migliore. Mantova è diventata il simbolo di questo viaggio: una città accogliente, ma anche diversa, dove chi arriva deve imparare a ritrovare se stesso in un contesto nuovo. Il film parla di cambiamento, di inclusione e di identità, temi che mi stanno molto a cuore perché li ho vissuti personalmente. Volevo mostrare come le differenze culturali non siano un ostacolo, ma un’occasione di crescita reciproca. In fondo, la “prossima fermata” non è solo un luogo geografico, ma un passaggio di vita.

Dove finisce l’emigrazione ed inizia, invece, l’inclusione dei quattro protagonisti Carmen, Mariangela, Luca e Martina?

In un’intervista ho detto che uno degli obiettivi è “far comprendere” quanto sia importante l’inclusione per consentire alle persone che si trasferiscono di integrarsi nel tessuto socioeconomico nel minor tempo possibile senza per questo rinunciare a mantenere i propri legami con la terra natia. Non c’è un distacco netto, ma un equilibrio: inclusione non significa diventare “altro” senza memoria, ma trovare un nuovo spazio che integri il tutto. Mantova nel corto è quasi personaggio: architettura, comunità, paesaggi accoglienti ma anche sfide e questo ambiente “ospitante” permette ai protagonisti di sperimentare nuovi legami e una nuova casa.

Quanto coraggio ci vuole, a tuo parere, per restare (nei luoghi, nelle situazioni, nelle relazioni…) anziché partire, lasciare o distruggere tutto?

Nel corto, l’inclusione inizia proprio quando i protagonisti smettono di sentirsi “ospiti” o “estranei” e iniziano a sentirsi parte della comunità: partecipano, interagiscono, si fanno riconoscere per quelli che sono. Questo richiede coraggio perché includersi implica rischio: rischi di rifiuto, di fallimento, di sentirsi vulnerabili. Non è semplice, perché richiede una resilienza quotidiana, il mantenere un progetto di vita anche senza risultati immediati e tangibili.

A livello metaforico, credi che la scelta delle location, il Centro Postale di Recapito e il Liceo Artistico “Giulio Romano” di Mantova, rappresenti l’idea di viaggio e di creatività che deve possedere chi, nella vita, intende reinventarsi e mettersi in gioco?

Il fatto che io sia dipendente di Poste Italiane non è solo un dettaglio biografico, ma rafforza la coerenza tra esperienza personale, scelta della location e messaggio del cortometraggio. Il centro postale diventa così luogo di metafora, viaggio e possibilità, un piccolo viaggio oltre la realtà concreta. Le lettere mi ricordano questo. La scelta del liceo artistico è stata casuale, dettata solo dalla sceneggiatura, originariamente non erano presenti i due inseganti, poi, nelle more, ho cambiato qualcosa.

Qual è la prossima fermata degli “Amici del Sud a Mantova”?

La prossima fermata per gli “Amici del Sud a Mantova” è continuare a costruire ponti tra le diverse culture, promuovendo l’inclusione, il rispetto reciproco e la valorizzazione delle tradizioni. Attraverso eventi, incontri e attività, il gruppo mira a rendere Mantova una città sempre più accogliente e unita, senza mai dimenticare il “borgo natìo”. Poi sarebbe meglio chiederlo alla visionaria amministratrice del gruppo, Rossana Monopoli, io sono solo uno dei moderatori, lei però ha creduto fin dall’inizio in questo mio progetto sposandolo in maniera entusiasta. Ti saprò dire.


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Iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Puglia, ho iniziato a raccontare avventure che abbattono le barriere della disabilità, muri che ci allontanano gli uni dagli altri, impedendoci di migrare verso un sogno profumato di accoglienza e umanità. Da Occidente ad Oriente, da Orban a Trump, prosa e poesia si uniscono in un messaggio di pace e, soprattutto, d'amore, quello che mi lega ai miei "25 lettori", alla mia famiglia, alla voglia di sentirmi libero pensatore in un mondo che non abbiamo scelto ma che tutti abbiamo il dovere di migliorare.