
Lo scorso 5 ottobre è arrivato secondo, nella sezione “Libro edito di narrativa” della XIX edizione del Premio Letterario Nazionale “Città di Taranto”, con il suo romanzo d’esordio “Nel mezzo”, ora Federico Peloso si apre ai microfoni di Odysseo, spiegando quanto l’ambizione di raccontare presupponga uno scavo interiore che, in certe fasi, può diventare ostico e doloroso.
Ciao, Federico. Perché hai scelto di scrivere “Nel mezzo”?
“Nel mezzo” nasce come esercizio su un potenziale stile narrativo. Ero mosso dalla curiosità di provare a cimentarmi nella costruzione di una storia, senza nessuna grande pretesa. La sua crescita si è rivelata lenta e travagliata. Per alcuni lunghi periodi, il testo è rimasto accantonato tra i file più remoti del mio pc. L’ho riaperto nel 2024, portandolo a termine quasi per caso, quindi ho cercato un editore solo grazie a una serie di incontri e coincidenze che mi hanno incoraggiato a rimettermi in gioco. Ho sempre scritto pensieri che sono rimasti nei cassetti.
Nel mezzo del cammino interiore in cui si trova l’Io di Enrico, il protagonista del romanzo, è più forte l’angoscia che lo frena o il desiderio di cambiamento?
Enrico non capisce esattamente cosa lo muova. Il suo mantra è diventato “devo, perché devo”. A un certo punto, tuttavia, sceglie di provare a vivere le sue tristezze, anziché continuare a subirle. Si mette alla ricerca quasi per istinto, si prefigge a fatica alcuni obiettivi, prova a cambiare le sue solite prospettive. Intuisce di non doversi più ostinare nella rigida contemplazione delle proprie fragilità. Credo che in lui cominci a prevalere un inedito desiderio di cambiamento, dopo un lungo predominio dell’angoscia. Non è detto che, alla fine, riesca a trovare ciò che cerca. Bisogna mettere in conto il rischio di una meta deludente.
Quanta soddisfazione hai provato ad arrivare secondo nella sezione “Libro edito di narrativa” della XIX edizione del Premio Letterario Nazionale “Città di Taranto”?
Il 5 ottobre, a Taranto, diluviava e l’atmosfera si era fatta molto romantica. Non dimenticherò quei momenti, che hanno rappresentato attimi di perfezione provvisoria. Il risultato più rilevante è stato poter condividere ciò che si ha da dire con tante persone, in un contesto storico e geografico in cui le statistiche ci descrivono come molto poco propensi alla lettura. La speranza è che le cose possano cambiare. Proviamo a sostenere, tutti insieme, il mondo editoriale italiano, in modo particolare quello artigianale.
A chi dedichi l’opera?
Il libro è dedicato agli indecisi, come Enrico, me stesso e tanti altri, spesso schiacciati tra le aspettative sociali o familiari e i propri desideri.
Progetti futuri?
Vorrei provare a continuare a scrivere, perché ho riscoperto essere un’attività che mi appassiona enormemente. Non sempre, però, mi riesce facile. L’ambizione di raccontare presuppone uno scavo interiore che, in certe fasi, può diventare ostico e doloroso. A volte, sento forte il bisogno di lunghe pause. Un’idea c’è, ha mosso i primi passi, poi chissà…























