La lettura dell’ultimo saggio del dott. Luciano Violante, “Democrazie senza memoria”, presentato il 17 luglio presso il Circolo dei Lettori di Andria, ha rappresentato un po’ tutto questo: un nonno che si confessa ai suoi nipoti

Capita ogni tanto di voler tornare ad essere bambini. Capita, come quando, nelle sere d’estate, da piccolo andavi a trovare tuo nonno, e quando avevi dei dubbi lui era lì, tu gli sedevi accanto, lui ti prendeva in braccio e ti spiegava la vita, sciogliendo le perplessità che ti venivano in mente. Poi magari le questioni si facevano più complesse, ma era sempre bello ritrovarsi lì nel cortile di casa, oppure, come si soleva fare qualche tempo fa, per strada davanti all’uscio di casa, mentre si ascoltavano le storie degli avi, di chi ci aveva preceduto, la cui esperienza poteva esserti utile. Un passaggio di staffetta, una tradizione, se per tradizione s’intende il tramandarsi della cultura, dei valori, da una generazione all’altra.

La lettura dell’ultimo saggio del dott. Luciano Violante, “Democrazie senza memoria”, presentato il 17 luglio presso il Circolo dei Lettori di Andria, ha rappresentato un po’ tutto questo. Il professore, da buon nonno, si è seduto accanto a noi, accanto ad un cittadino sempliciotto come me e come altri, desiderosi di apprendere, soprattutto in considerazione del fatto che i giovani “considerano la democrazia e i diritti che le sono connessi come un puro dato di fatto. Trascurano la necessità dei doveri per dare prospettive di sviluppo alla propria vita e a quella della comunità nazionale. E’ quindi venuta meno l’idea che i cittadini abbiano una propria specifica responsabilità nella costruzione e nel consolidamento della democrazia”.

E quindi ci ha presi per mano, ne“lo sforzo diretto a comprendere ciò che è diverso da sé”, senza superare “le barriere dell’educazione, del rispetto, della correttezza”, e lo ha fatto non da ex magistrato o da ex Presidente della Camera dei Deputati, o da docente, ma adoperando un linguaggio molto semplice, ripercorrendo le tappe salienti del percorso storico e politico che si è svolto prevalentemente dal ventesimo secolo in poi, nel tentativo di farci comprendere la necessità della cura della democrazia. A tal riguardo ci ha messi in guardia dal pericolo dell’uso di un“linguaggio aggressivo, il quale è componente essenziale della costruzione del nemico interno perché concorre in modo determinante alla sua delegittimazione”.

E dal pericolo che “le élites politiche, socialdemocratiche e liberaldemocratiche, entrambe pro-global, in gran parte del mondo occidentale sono sempre più spesso assimilate a caste privilegiate, dipendenti dai poteri finanziari, servili al cospetto di organismi sovranazionali, prive della capacità, dell’interesse e dell’ambizione necessari per affrontare i problemi esistenziali dei ceti deboli”. Sicché “i critici violenti del sistema offrono ai ceti deboli non tanto soluzioni per i loro problemi, ma i nomi dei responsabili ed una politica punitiva nei loro confronti. Si dà vita alla società del rancore e della vendetta, non a politiche di ricostruzione”.

Ci ha avvertiti che: “La gara per gli indici di ascolto fa perdere di vista il compito dei mezzi di comunicazione nella società democratica e ostacola la formazione di un’opinione pubblica informata. Da un lato si esalta la sovranità del cittadino, dall’altro lo si inonda di notizie false privandolo di elementi di conoscenza essenziali per poter decidere responsabilmente”.

E che: “in un sistema caratterizzato da partiti di leader e non da comunità politiche, l’etica pubblica, che è frutto di comportamenti collettivi, passa in secondo piano, perché quello che conta è il comportamento dei leader e del cerchio di comando che lo attornia. Inoltre, l’estremizzazione del conflitto politico ha portato a considerare l’avversario come il nemico assoluto e quindi a rendere legittima qualsiasi condotta, persino il ricorso alla menzogna sistematica, pur di abbatterlo. Importante non è più confrontare le opinioni o decidere le politiche più giuste per la comunità nazionale. Importante è vincere, perché la storia non la scrivono i vinti e perché il consenso bacia i vincitori”.

Queste le dinamiche di fare o concepire la politica in un determinato modo: ma da buon nonno che spinge i propri nipoti ormai giovani e prossimi a misurarsi con la vita, ci ha spronati ad avere fiducia: il nostro è si un “tempo di transizione” durante il quale “le identità personali sono diventate dipendenti dal possesso di beni o dal protagonismo sulla rete; i valori ideali, fondati su principi non modificabili, si sono indeboliti…abbiamo difficoltà ad autodefinirci”. Ma, facendo propria la prospettiva lanciata da Papa Francesco a Firenze il 10 novembre 2015, ci ha permesso altresì, di sintonizzarci con il nostro tempo che è un cambiamento d’epoca: “Chi rinuncia allo sforzo di comprendere il mondo in cui vive, rinuncia a dare un senso alle proprie azioni. La definizione dell’epoca in cui si vive non è una operazione intellettualistica o peggio, formale. Serve a cogliere il significato degli avvenimenti, il nesso che li lega l’un l’altro, la loro direzione di marcia. Non si può vivere consapevolmente se non ci si sforza di afferrare il significato complessivo del tempo nel quale è collocata la propria vita”.

A noi, avendone fiducia, ed avendo avuto il coraggio di dire che i giovani sono tutti sovrani, per dirla con le parole di don Milani, lo sforzo della definizione, la quale “non è mai una fredda proposizione dell’esistente: è segnalazione di realtà sino a quel momento non rilevate con sufficiente attenzione e dei legami tra le diverse realtà”.


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