
Ed è subito polemica
Il fatto: l’artista Dario Agrimi espone in piazza Catuma, nell’ambito del Festival Castel dei Mondi, una gabbia gigantesca con all’interno un impiccato.
Titolo dell’opera: “Liscio come l’odio”.
La polemica: apriti cielo. Si scatena il dibattito e i populisti locali ci si tuffano con entusiasmo, fiutando la ghiotta occasione per raccogliere qualche like in più.
L’argomento forte di questi improvvisati esperti di psicopedagogia: l’opera sarebbe troppo violenta; i bambini, dicono, piangono, si spaventano e fuggono scioccati.
E io rifletto.
Dove erano i loro genitori mentre tutto questo accadeva? E soprattutto: chi li ha costretti a condurre i figli davanti a quello che oggi definiscono un insopportabile obbrobrio?
Dove sono gli stessi genitori quando parcheggiano i bambini davanti a videogiochi nei quali si fanno più punti quanto più nemici si eliminano?
Dove sono quando la televisione propina quotidianamente ogni genere di spazzatura e quei bambini vi restano incollati per ore?
E quando, lo scorso anno, Agrimi realizzò una scultura dedicata all’eccidio dei bambini di Gaza, quella rappresentazione era forse meno cruda dell’impiccato racchiuso in una gabbia?
Come mai allora non vi fu polemica?
Sarò impopolare, ma tutto questo mi sembra un teatrino di basso profilo, degno della peggiore tradizione della commedia dell’arte: maschere prevedibili, copioni già scritti, indignazioni a comando.
La verità è assai più semplice: Agrimi voleva provocare una riflessione e generare dibattito. E ci è riuscito perfettamente.
Perché l’arte è libera solo se può ancora gridare che il re è nudo. Se può disturbare, interrogare, smontare stereotipi e mettere a nudo le nostre ipocrisie. Quando smette di farlo, diventa arredamento.
Postilla. Non conosco Dario Agrimi, non è un mio amico. Alcune sue opere mi convincono molto, altre meno. Ma non vi dirò quali.
Una cosa, però, la so con certezza: non mi piacciono i bigotti, i censori e i sedicenti custodi della pubblica moralità.
Forse perché, nella storia, hanno quasi sempre avuto più paura delle domande che delle impiccagioni.
Quasi dimenticavo: non è forse “Squilibri e misteri” il titolo del Castel dei Mondi 2026? Perché, se un’opera riesce ancora a turbarci, dividerci e costringerci a discutere, forse non tradisce il tema del Festival. Forse lo incarna perfettamente.



























