
«Il nostro film mostra dove la disumanizzazione porta al suo peggio. In questo momento siamo qui come uomini che rifiutano che la loro ebraicità e l’Olocausto siano strumentalizzati da un’occupazione che ha portato al conflitto così tante persone innocenti, siano esse le vittime del 7 ottobre o dell’attacco in corso a Gaza»
(Jonathan Glazer, regista del film La zona d’interesse, in occasione della premiazione a Los Angeles, 2024)
«Per i nemici le leggi si applicano, per gli amici si interpretano»
(Giovanni Giolitti)
Oggi è il 27 gennaio, Giornata della Memoria, che ricorda l’evento della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz (in polacco Oswiecim) da parte delle truppe sovietiche, nel 1945.
Non starò qui a ritornare sull’orrore, sul male assoluto (e banale, per dirla con Hannah Arendt) che fu il massacro di tutte quelle persone internate e poi bruciate in quel campo, che fu il più micidiale tra i tanti che i tedeschi e i loro scherani costruirono e resero tanto efficacemente, quanto brutalmente, operativi.
Non starò qui a ricordare le mille angherie, torture, nefandezze di ogni genere che le vittime patirono in quelle fabbriche della morte, che condussero alla disumanizzazione di quelle povere donne e di quei poveri uomini che patirono l’inferno.
Non starò qui a ripetere che non furono solo gli ebrei le vittime della più atroce e scientifica operazione di annientamento dell’essere umano, messa in piedi da Hitler e la sua corte, ma anche disabili, comunisti, omosessuali, testimoni di Geova, e quanti erano ritenuti razze e categorie inferiori, non meritevoli di vivere, ma solo di essere eliminati per non “contaminare” la genia “superiore” degli ariani.
Di ciò che precede si è detto tanto, senza che, peraltro, le parole scandite abbiano fatto una tal breccia nelle coscienze da far appartenere solo al passato, solo alla Storia, quegli eventi al cui pensiero ci prende la vertigine e la nausea.
Qui, voglio parlare di un film, dal titolo La zona d’interesse, il cui regista, l’inglese Jonathan Glazer, l’ha realizzato nel 2023, vincendo, tra gli altri premi, un Oscar, per il miglior film internazionale, nel 2024.
Parla della storia di Rudolf Höss, primo comandante del campo di sterminio di Auschwitz, perfetto organizzatore ed efficiente guida, innovatore delle tecniche di sterminio, sia in relazione all’uso dello Zyklon B, ovvero l’acido cianidrico, sia agli impianti di incenerimento dei cadaveri delle vittime.
Egli, con sua moglie e i suoi cinque figli, vive in una ridente villetta, dotata di ogni comfort, – di piscina, di giardino, di serra, di orto – proprio a ridosso del campo.
Solo un muro di cemento separa la serena vita familiare del comandante dagli orrori perpetrati costantemente ai danni delle vittime.
Le urla, gli spari, i rumori terribili, l’abbaiare dei cani, il fumo che si sprigiona dai comignoli dei forni crematori sono il costante sottofondo (e forse qualcosa di più, come un rumore infastidente per lo spettatore, ma assolutamente normale per i protagonisti della storia) in cui la vita della famiglia Höss si svolge ogni giorno.
Il comandante e i suoi cari fanno il bagno nel fiume vicino, prendono il sole in giardino, gustano i pasti, festeggiano il compleanno del capofamiglia in un’inscalfibile pace familiare, serviti da cittadini polacchi schiavizzati che vivono con loro (ma non ebrei, perché “non ci si mette in casa un ebreo”).
I bambini fanno colazione (abbondante), vanno a scuola, giocano.
La loro mamma è orgogliosa del suo giardino, che ha progettato ella stessa, – cosa di cui si vanta con sua madre che è andata a trovarla -, della varietà e bellezza dei suoi fiori.
Ed è una casa, la sua, giacché la considera indefettibilmente sua, cui non vuole rinunciare, – perché è lì che deve allevare la sua prole -, quando viene a sapere dal marito che è stato trasferito altrove, a causa della promozione a coordinatore generale dei comandanti di tutti i campi operanti per la soluzione finale.
Il regista fa un ritratto stringato ed essenziale, ma efficace, di una vita normale, di una famiglia normale, la cui vita scorre nella normale ripetizione dei comportamenti e delle abitudini quotidiani.
Fuori l’orrore compie i suoi gesti e i suoi riti.
Ma al di là del muro, nella villa di Höss, tutto scorre tranquillamente, annientando i rumori, dissipando gli odori, silenziando le coscienze.
Ecco, questo film, che è visibile su Raiplay, è la prova plastica del fatto che quando una cosa aberrante, orribile, disturbante accade, vicino o lontana che sia, normalizzarla è il peggior servizio che si possa rendere alla nostra umanità.
Ignorarla, come non ci fosse, passarvi in mezzo, è una scelta da non fare, un atto, per quanto autoconservativo, cui non bisogna cedere.
Oggi come allora.
























