Sottovalutato da Theresa May, Corbyn è il vincitore morale dell’ultima tornata elettorale britannica

Era partito da underdog ma, poco alla volta, ha scalato il gradimento dell’elettorato britannico, superando al fotofinish i favoritissimi Tory. Stiamo parlando di Jeremy Corbyn, per tutti Jez, leader del partito labourista che ha impedito alla premier Theresa May di portare a termine il suo progetto di governare con una maggioranza  ben più ampia dei 326 seggi sui 650 di Westminster.

Outsider del panorama politico inglese, il 68enne Corbyn presiede da trentacinque anni alla Camera dei Comuni, assurgendo al ruolo di “backbencher”, letteralmente colui che si siede agli ultimi banchi, l’indisciplinato che, da franco tiratore (termine utilizzato in questi giorni riguardo all’inconsistente scenario parlamentare italiano), ha sempre preferito le piazze dei militanti ai palazzi di potere.

Al sedicente “alfiere del no austerity” viene riconosciuta una spiccata attività pacifistica ed un glorioso passato socialista di cui non si è mai pentito. Figlio di un ingegnere e di una docente di matematica, incontratisi durante la Guerra Civile Spagnola, Jez diventa funzionario sindacale, prima, e deputato nel collegio londinese di Islington, a soli 34 anni, perorando la causa dei lavoratori in Irlanda del Nord e dei perseguitati in Palestina.

Decide di farsi arrestare per esprimere il proprio sostegno a Nelson Mandela, accusato dalle leggi razziali della Tatcher, e per propugnare il disarmo nucleare. Un modus operandi radicale, il suo, che lascia strascichi anche nella vita privata, costellata da tre matrimoni (uno con l’italiana Claudia Brachitta), e da bonari estremismi che lo hanno trasformato in un fervido vegetariano e ambientalista.

La svolta arriva nel 2015: il rifiuto del Labour di incoraggiare ex liberal blairiani e occasionali carrieristi, gli permette di impugnare la bandiera di un partito che, probabilmente, la May, scegliendo l’ipotesi del voto anticipato, aveva sottovalutato.

Corbyn ha affrontato le ultime settimane di campagna elettorale con lo stesso spirito battagliero di sempre, inneggiando alla giustizia sociale, al rilancio del welfare, e alla ricostruzione morale di un Paese segnato, ancora, da troppe cicatrici. La partita, pur arrivando di poco alle spalle della May, l’ha sostanzialmente e moralmente vita. Il resto è storia ancora da scrivere.