«Mentre Russia, Cina, Spagna hanno condannato senza mezzi termini le operazioni americane in Venezuela e dintorni, Giorgia Meloni ha affermato che l’aggressione americana è “legittima”. Riusciamo sempre a essere, fra i servi, i più servi»

(Massimo Fini)

«Sono uomini d’affari senza scrupoli che calpestano qualunque cosa o persona incontrino sulla loro strada»

(Maj Sjöwall e Per Wahlöö  da Omicidio al Savoy)

Tra i molteplici difetti che presenta la personalità narcisista del presidente degli Stati Uniti d’America, uno fa premio su tutti gli altri: la sua estrema e brutale franchezza che ha squarciato il pesante velo dell’ipocrisia che ammanta di sé le relazioni internazionali e diplomatiche.

Trump non conosce le mezze misure, il linguaggio moderato nei toni, la scelta di vocaboli volta a mantenere almeno un equilibrio lessicale quando si parla in pubblico nel dirimente ruolo di capo della prima potenza mondiale.

Né ci ha risparmiato le sue pesanti considerazioni su tutti quelli che egli ritiene stigmatizzabili (ovviamente senza mai inserire nel novero se stesso, ci mancherebbe).

L’antologia delle sue uscite, in cui ha affrontato qualunque argomenta gli passasse per la testa, è ponderosa.

Dalla presa d’atto, soddisfatta e compiaciuta, che c’era la fila dei politici stranieri per “baciargli il culo”, cosa peraltro assolutamente vera, all’affermazione, senz’alcun filtro, che l’intervento in Venezuela aveva lo scopo di impossessarsi del petrolio per gli interessi del turbocapitalismo statunitense e dei suoi rappresentanti.

Trump è così, dice quello che pensa, senza far conto di poter essere offensivo, o di violare le regole del bon ton diplomatico.

In più, pensa che se il popolo l’ha scelto, è legittimato a comportarsi in quello spiacevole modo perché non ha mai nascosto i suoi tratti più grevi, che anzi, evidentemente, non sono solo tollerati, ma addirittura apprezzati dai suoi elettori che in lui si riconoscono.

Noi italiani, che abbiamo avuto Berlusconi, siamo, peraltro, forse, quelli che più possono comprendere il fenomeno Trump sotto il punto di vista dell’impatto mediatico della sua personalità, franca fino alla villania, priva di filtri, ma non certo naïf.

Trump non è un ingenuo, istintivo sempliciotto.

Al contrario, quello che dice e fa in pubblico è studiato e tutto all’interno di una strategia comunicativa ben pianificata ed articolata, il cui obiettivo è creare sovrapposizione e coincidenza tra il pensiero dell’elettore medio statunitense (per intenderci quello che abita nelle suburbe delle grandi città o negli stati del sud o nei piccoli centri che si dipanano lungo una strada) e il suo presidente. Egli si sente l’incarnazione dello spirito della Nazione.

E tuttavia, questo suo modo di fare, istrionico fino alla volgarità, nessuno sembra intenzionato a fermarlo.

Lasciamo stare come egli agisce in patria, dove sta, poco la volta, limando significativamente le libertà individuali e i diritti civili dei suoi concittadini (si pensi all’ultimo clamoroso caso della donna uccisa a Minneapolis senza alcun motivo, con la garanzia, per il gendarme che si è macchiato di questo delitto, della totale impunità).

A lui ci penseranno nelle prossime elezioni di Mid Term e poi alle presidenziali del 2028, anche se i suoi compatrioti già stanno scendendo nelle strade e nelle piazze a manifestare contro la brutalità di un governo che sta dando vita a vere e proprie cacce all’uomo (si pensi al trattamento riservato agli immigrati).

Il problema vero è come sta agendo il resto del mondo per neutralizzare l’ego ipertrofico del tycoon.

E l’Unione Europea, in particolare. Perché noi ne facciamo parte.

Sul Venezuela, la classe politica europea ha balbettato qualcosa di quasi incomprensibile.

E, addirittura, la nostra Giorgia nazionale, assolutamente cristallina nelle sue parole,  ha benedetto il golpe, con annesso rapimento della coppia Maduro, come intervento difensivo, senza nemmeno preoccuparsi del ridicolo che tale affermazione conteneva in re ipsa.

Solo lo spagnolo Sanchez è stato netto e chiaro nel condannare la grave violazione del diritto internazionale operata dall’amministrazione Trump. Il quale, a ogni buon conto, ha rivendicato il diritto di violarlo, poiché esso vale solo se si accorda con la sua personale moralità.

E sulla Groenlandia, appartenente alla Danimarca?

Quella sarà la cartina di tornasole della compattezza, o, meglio, della stessa “esistenza in vita” della UE.

Che si è accodata troppo spesso, acriticamente, in una sorta di festa del servilismo più sfrenato, alla volontà del presidente americano, chiunque egli fosse.

Ma che ora deve tirar fuori la grinta giusta per riacquistare dignità e difendere i suoi confini dalla libido trumpiana che sta montando a vista d’occhio.

Mettendo in discussione il trattato Nato che, evidentemente, non ha più ragion d’essere se “l’azionista di maggioranza” (assoluta), cioè gli USA, ha deciso di tradire l’impostazione difensiva (ma veramente questo accade non da adesso …) che lo caratterizzava, per cominciare a puntare dritto al cuore dei suoi alleati.

Trump è un neocolonialista che non si accontenta più di essere a capo di uno stato imperialista che esercita il dominio politico, economico e culturale sui suoi paesi satelliti. Ma intende conquistarli con l’uso degli eserciti, dunque della forza, affinché anche formalmente, siano territori statunitensi. Perché ha bisogno delle loro risorse. E quindi intende prendersele.

Ovviamente, nel pieno rispetto della sua personalissima moralità.


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Nata a Corato, cresciuta a Ruvo di Puglia, mi sono laureata all’Università degli studi di Bari e ho insegnato per 38 anni scolastici tra le province di Milano e di Bari Diritto ed Economia Politica. Mi piacciono i libri, non da bibliofila, ma da lettrice, il cinema e la musica (Prince su tutti) e coltivo queste mie passioni costantemente. Amo la buona compagnia, ma anche un’operosa solitudine. Credo nei valori della libertà, dell’uguaglianza, del rispetto di tutte le persone e di tutte le opinioni. Detesto gli integralismi di ogni forma.