Per un lavoro a misura d’uomo che edifichi la comunità degli uomini…

La festa del lavoro o festa dei lavoratori viene celebrata il 1 maggio di ogni anno in molti Paesi del mondo per ricordare la lotta dei lavoratori a difesa dei propri diritti e doveri contrattuali. La Costituzione Italiana all’Articolo 1 afferma, che: “l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”.

Ma la cultura capitalista occidentale degli ultimi secoli ci ha educati ad una competizione brutale e ad un’ineguale distribuzione dei beni e ad una privazione di dignità e diritto. Tanto è vero, che le regole giuridiche del diritto al lavoro sono state sostituite dalle regole dell’economicismo, contribuendo così ad una nuova ridefinizione del lavoro e del suo valore.

Il messaggio per la giornata del lavoro della “Commissione Episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace, la custodia del creato”, della Conferenza Episcopale Italia, si articola in tre passaggi molto netti:

1) Creare buon lavoro perché genera condizioni stabili per l’uscita dal bisogno e dalla povertà. I mondi della pubblica amministrazione e della giustizia non possono essere distanti e separati da questa sfida e devono porsi l’obiettivo di rimuovere lacci e ostacoli evitando di essere un peso ed un freno.

2) La seconda è avere istituzioni formative (scuole, università, formazione professionale) all’altezza di queste sfide. In grado innanzitutto di suscitare nei giovani desideri, passioni, ideali, vocazioni senza le quali non esiste motivazione né sforzo verso l’acquisizione di quelle competenze fondamentali per risalire la scala dei talenti. A questo fine l’incontro con il mondo del lavoro sin dai tempi della scuola, il confronto con le sue esigenze, lo stimolo allo sviluppo di competenze e al discernimento del proprio percorso di vita rappresentano elementi fondamentali per un sistema formativo che vuole aiutare i giovani ad inserirsi nella società ed evitare che finiscano nel vicolo cieco di coloro che non lavorano né studiano.

3) Tenendo ben presente che dignità della persona non significa essere destinatari di un mero trasferimento monetario ma piuttosto essere reinseriti in quel circuito di reciprocità nel dare e avere, nei diritti e doveri che è la trama di ogni società. Se è vero che la mancanza di lavoro uccide, poiché genera “un’economia dell’esclusione e della inequità” (Evangelii Gaudium, 53) e produce inevitabilmente conflitti sociali, la risposta al problema non può non essere ambiziosa. I giovani, gli imprenditori, noi tutti, credenti e uomini di buona volontà dobbiamo impegnarci a riscoprire la «“vocazione” al lavoro», intesa come «il senso alto di un impegno che va anche oltre il suo risultato economico, per diventare edificazione del mondo, della società, della vita». Un buon lavoro è, infatti, dimensione fondamentale per svolgere il nostro ruolo di con-creatori e chiave fondamentale per la generatività, ricchezza di senso e fioritura della vita umana.

Il lavoro è una parte fondamentale della persona umana. Il lavoro non è un’impresa privata, non è un fatto per superare gli altri; il fine del lavoro è di rendere il mondo un posto più giusto. Difatti nella mentalità biblica e poi monastica cristiana, il lavoro non è finalizzato al profitto bensì alla donazione e alla creazione.

Il libro della Genesi è molto chiaro in proposito. “Poi Dio prese Adamo”, dice la Sacra Scrittura, “e lo pose nel giardino perché lo coltivasse e ne avesse cura” (Gen 2,15). Il lavoro nella vita monastica invece è una parte indispensabile della santità, basti pensare al motto dei monaci benedettiti: “Ora et labora”.

“Oggi più che mai” c’è “bisogno di educare al lavoro e la situazione è tale da richiedere una riscoperta delle relazioni fondamentali dell’uomo. Il lavoro deve tornare a essere luogo umanizzante.


Articolo precedenteIl lupo, la capra, il cavolo e mia nonna
Articolo successivoEmergenza educativa: si impone un nuovo patto sociale
So che tutto ha un senso. Nulla succede per caso. Tutto è dono. L'umanità è meravigliosa ne sono profondamente innamorato. Ciò che mi spaventa e mi scandalizza, non è la debolezza umana, i suoi limiti o i suoi peccati, ma la disumanità. Quando l'essere umano diventa disumano non è capace di provare pietà, compassione, condivisione, solidarietà.... diventa indifferente e l'indifferenza è un mostro che annienta tutto e tutti. Sono solo un uomo preso tra gli uomini, un sacerdote. Cerco di vivere per ridare dignità e giustizia a me stesso e ai miei fratelli, non importa quale sia il colore della loro pelle, la loro fede, la loro cultura. Credo fortemente che non si dia pace senza giustizia, ma anche che non c'è verità se non nell'amore: ed è questa la mia speranza.