
«Della sua vita di uomo libero nessuno sa nulla; del resto, rappresentarsi Elias in veste di uomo libero esige un profondo sforzo della fantasia e dell’induzione»
(Primo Levi da Se questo è un uomo)
«Al mattino del 20 luglio ci trovammo radunati nella piazza centrale, come una immensa carovana di zingari.»
(Primo Levi da La tregua)
La lettura dei giornali, o dei siti internet di informazione, o, peggio ancora, l’ascolto dei giornali radiofonici e televisivi ci sbattono ogni giorno in faccia la notizia della guerra tra Israele e Iran.
Trattasi di una guerra che ha dell’assurdo, sia in re ipsa, che per come viene presentata e commentata.
I fatti, almeno quelli condivisi da tutti gli addetti all’informazione, poggiano sull’evento aggressivo di Israele che ha lanciato missili verso la Repubblica Islamica. E fin qui nulla questio.
Poi, però, la “narrazione” cambia.
Una certa stampa, diciamo così, filo-governativa e filo-europeista, giustifica la condotta dello stato ebraico perché si sarebbe difeso in nome del diritto ad esistere, attaccando uno stato nemico che ha la bomba atomica (cosa smentita, peraltro dall’AIEA).
La Meloni, con un tono di voce caldo, ma rotto da un affanno come di chi ha corso i 100 metri in 10 secondi, ha sostenuto che nel Medio Oriente (chissà perché si ostinano a definirlo così, quando, invece, sarebbe corretto chiamarlo “Vicino Oriente”) il vero fattore di rischio per l’equilibrio e la pace è rappresentato dall’Iran, stato canaglia, guerrafondaio, misogino, liberticida, autoritario, iperconfessionale.
Israele, invece, unica democrazia dell’area, sta difendendo la sua esistenza, che i paesi che lo circondano minacciano da sempre. E quindi, per quanto bisogna evitare un’escalation che porti alla guerra totale, è l’Iran che deve arrendersi, perché in torto. Mentre quell’anima candida di Bibi Netanyahu ha tutto il diritto di fare quello che sta facendo.
Il buon Bibi, come noto, ha aperto sette fronti di guerra, da Gaza alla Cisgiordania, dalla Siria all’Iraq, dallo Yemen al Libano, e negli ultimi giorni, l’Iran. Così crede, o vuol far credere, di garantire la sicurezza e l’esistenza dello stato d’Israele.
Ora, non è chi non veda che sette fronti di guerra sono un quid pluris rispetto alle legittime politiche di difesa. Anzi, che non si tratta proprio di difesa, ma di attacco sconsiderato e criminale ai suoi vicini che non gli hanno fatto nulla. Per tacere del massacro (o sterminio, o genocidio, al lettore la scelta del termine che più lo convince) dei palestinesi di Gaza, che continua in purezza, senza soluzione di continuità, e senza un refolo di protesta che possa seriamente incidere sulle sorti di quel disgraziato popolo infelice.
Lasciamo stare le vere motivazioni personali e di potere che spingono il Premier israeliano a fare quello che fa.
Ma, dico, nessuno lo ferma? Sono tutti caduti, i democratici e liberali politici dei paesi UE, che sproloquiano di sicurezza propria, che nessuno mette in forse, e di Israele, che attualmente nessuno minaccia, sotto gli effetti di un maleficio che li ha in blocco proiettati in un mondo parallelo?
Possibile che Trump, che pareva animato da buoni propositi di pace, non riesca a far cambiare idea al terrorista con la kippah?
O, invece, i poteri forti, ossia le lobby delle armi, si sono imposte anche su Trump (giacché l’hanno già fatto sulla sempre lucida von der Leyen e sui suoi compagni di merende dell’UE, e non solo), che, ormai, è a rimorchio di chi comanda a Gerusalemme?
La guerra scatenata da Israele contro l’Iran ha prodotto su chi scrive un effetto che non avrei mai creduto potesse accadere, ovvero una vicinanza morale verso uno stato (di cui gli esportatori di democrazia vogliono a tutti i costi cambiare il regime, sottostimando il senso patriottico degli iraniani, uomini e donne) che ho sempre considerato legittimo, ma odioso, per come tratta le donne. Per il quale ho cominciato a solidarizzare, perché nessun popolo deve subire dal di fuori pressioni per cambiare le cose, poiché ogni popolo ha diritto di autodeterminarsi. E credo che questa guerra servirà solo a rafforzare il regime teocratico che vi vige.
Ma tranquilli, che agli occidentali frega ben poco della democrazia e delle donne e dei loro diritti conculcati.
Agli occidentali, all’America interessa il petrolio che lì abbonda. E sostenere Bibi serve da un lato a consumare armi per poi arricchire i produttori che andranno a riempire gli arsenali svuotati al bisogno, dall’altro a controllare la via del petrolio (a cui già Hitler ambiva ).
Tutte queste aspirazioni malate dei cosi detti potenti confliggono col desiderio dei popoli di vivere in pace e in prosperità.
La prosperità è stata artatamente e pesantemente sfrondata, operando potature scientifiche al welfare, per convincere i popoli a puntare sulla sicurezza, affamandoli e mettendoli gli uni contro gli altri, cercando di lavar loro il cervello, onde renderli proni alle scelte criminali dei governanti. E per questo ci troviamo ben dentro una terza guerra mondiale a pezzi che rischia di diventare a blocco unico, verso cui ci stiamo recando fischiettando, così come verso lo sterminio dell’umanità.
Quanto al popolo israeliano che ha patito la shoah, possibile che non si renda conto di non poter essere complice col suo governo nel far patire ad altri popoli, su tutti i palestinesi, quello che ha patito per mano di Hitler e dei tedeschi (nazisti)?
Possibile che non si sollevi contro lo strazio che altri popoli stan subendo mercè il deviato senso di onnipotenza criminale del suo governo? In Israele sì che ci sarebbe bisogno di un cambio di regime. E pure in fretta!
























