L’ultimo romanzo di Fëdor Dostoevskij

Pubblicato nel 1880, I fratelli Karamazov è l’ultimo romanzo che Fëdor Dostoevskij ha scritto prima di morire. Un inno alla complessità filosofica che si intreccia ai concetti di desiderio, giustizia, paternità e religione, è la cattedrale di pensiero e passione che conducono alla perdizione e alla redenzione. Ogni singola parola è una sfida agli antipodi, la battaglia di forze opposte che si dividono fra ragione e fede, spiritualità e carnalità, libertà e senso del dovere.

Ciò che l’autore russo racconta è l’intera gamma dell’animo umano: un odi et amo fra pietà e vendetta, una realtà disturbante in cui ogni personaggio possiede una parte di verità, un frammento di umanità che si scontra con se stesso e con il prossimo.

I tre fratelli: Ivan il razionale, Alëša l’esoterico, Dmitrij l’istintivo, rappresentano le diverse strade della vita. A loro si aggiungono figure indimenticabili come quella dello starec mistico Zosima, del padre dissoluto Fëdor Pavlovič, e dell’ambiguo Smerdjakov.

I fratelli Karamazov stimolano la riflessione sull’uomo occidentale e sul suo continuo dubbio fra il perdono ed il senso di colpa, tra il bisogno di credere in qualcosa e la predisposizione di Dostoevskij ad interrogare la coscienza, a scuotere le coscienze in attesa di un endorsement del lettore.

All’apice della letteratura mondiale c’è, sicuramente, il celebre “Grande Inquisitore”, monologo di Ivan Karamazov, una bruciante invettiva a Dio, alla libertà, al dolore degli innocenti, al potere ecclesiastico. È qui che Dostoevskij si chiede: se l’uomo è libero, perché è capace di amare?

Non è un romanzo per chi cerca soluzioni, ma per chi si dirige verso la verità, per brillare di luce propria, dopo aver toccato gli abissi della disperazione personale, è una veglia interiore che non offre scorciatoie, guardare in faccia il male per essere, catarticamente, condotti alla grazia e alla salvezza attraverso l’Amore.

Le frasi tratte da I fratelli Karamazov sono caustiche ed esplicative:

  1. Tutti siamo colpevoli di tutto, e io più degli altri.

Un must del pensiero dostoevskijano: nessuno è innocente da solo, la responsabilità è collettiva.

  1. L’uomo è infelice perché non sa di essere felice.

La felicità dipende dalla consapevolezza, non dalle condizioni.

  1. Senza Dio tutto è permesso.

Cosa succede alle buone intenzioni quando viene meno la fede?

  1. Amare l’umanità è più facile che amare il prossimo.

Risulta più semplice amare in generale, che avere compassione per chi ci è accanto.

  1. La cosa principale è non mentire a sé stessi.

La menzogna interiore è causa di ogni disordine morale.

  1. Che cosa è l’inferno? La sofferenza di non poter più amare.

L’inferno è essere privi d’amore.

  1. L’uomo ha bisogno dell’invisibile tanto quanto del pane.

L’anima si nutre di senso, non solo di sopravvivenza.

  1. La sofferenza è la scala dell’anima.

Il dolore può diventare catartica elevazione.

  1. Ciò che l’uomo desidera non è la libertà, ma un capo davanti a cui inchinarsi.

Essere liberi spaventa sempre.

  1. Chi ha la verità e la fede in sé, non può mai sentirsi solo.

La fede, per Dostoevskij, è riparo nella tormenta.


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Iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Puglia, ho iniziato a raccontare avventure che abbattono le barriere della disabilità, muri che ci allontanano gli uni dagli altri, impedendoci di migrare verso un sogno profumato di accoglienza e umanità. Da Occidente ad Oriente, da Orban a Trump, prosa e poesia si uniscono in un messaggio di pace e, soprattutto, d'amore, quello che mi lega ai miei "25 lettori", alla mia famiglia, alla voglia di sentirmi libero pensatore in un mondo che non abbiamo scelto ma che tutti abbiamo il dovere di migliorare.