«Il fascismo ha rappresentato venti anni di arbitrio del potere esecutivo»

(Aldo Moro, in uno dei suoi interventi all’Assemblea Costituente)

«Voi volete ricacciarci indietro!»

(Giacomo Matteotti, nel suo ultimo discorso parlamentare, rivolto ai fascisti che lo avrebbero assassinato)

… E nel segreto della cabina elettorale gli Italiani hanno detto NO!

NO a cambiare sette articoli della Costituzione per fare un salto nel buio e firmare una cambiale in bianco al governo, pronto, a dire di molti dei suoi rappresentanti di primo piano, a mettere la mordacchia ai giudici che sono un “ordine autonomo ed indipendente da ogni altro potere” (art. 104 Cost.) titolare della funzione giurisdizionale.

NO a questi “neo-costituenti della domenica” la cui cultura giuridica sta a quella dei Padri (e delle Madri) costituenti che la redassero e approvarono, come una puntata di Peppa Pig sta  a I Promessi Sposi.

NO al desiderio di rivalsa della politica contro la Magistratura che è un indefettibile argine agli abusi che la politica, priva di controlli e di paletti, è, come sappiamo, ben in grado di mettere in atto.

NO ad altri pruriti neo-costituenti che il governo era (e probabilmente lo è ancora, non bisogna abbassare la guardia) in procinto di farsi venire (vedi l’insistenza sull’autonomia differenziata che Calderoli e compagni, pur avendo trovato la strada sbarrata dalla Corte Costituzionale, non hanno mica accantonato).

NO a una giustizia per la “casta” e una per i cittadini comuni.

NO a un PM superpoliziotto che si accanisce contro l’imputato pur di vincere la causa.

NO alle superballe raccontate in questi giorni a reti unificate dalla Meloni e  i suoi sodali, con giornalisti che dico in ginocchio, direttamente azzerbinati alla “suprema”.

È costata tanto, in termini di impegno e fatica, questa campagna elettorale a uomini come il procuratore di Napoli Nicola Gratteri che si è speso senza risparmio di energie per perorare una causa giusta, lui che tra un paio d’anni va in pensione e vive da decenni sotto scorta.

A Marco Travaglio, direttore del Fatto Quotidiano, che pur essendo laureato in Lettere Moderne, sembra capirne di diritto costituzionale più di tanti avvocati e di qualche giudice o di quale professore universitario. Ma che, soprattutto, non ha risparmiato le sue energie per raccontare e smontare le bugie propalate dai  politici, e dai loro giannizzeri, che hanno voluto fortemente questa riforma che neanche Berlusconi aveva osato proporre e che tanto sarebbe piaciuta a Licio Gelli, come ha detto in un’intervista di qualche giorno fa, suo figlio.

A Piercamillo Davigo, Magistrato in pensione, che col racconto della sua esperienza di PM, condito di ironia, sapienza giuridica, freschezza espositiva, ha dato man forte alle ragioni del NO.

Al presidente Conte che ha vissuto la campagna elettorale come fosse quella delle elezioni politiche, impegnandosi a fondo e girando il Paese in lungo e in largo.

Ecco, questi uomini sono stati la punta dell’iceberg nel dare tutto perché vincesse il NO, recuperando un gap, rispetto al SÌ, subito dopo l’indizione del referendum, che pareva incolmabile.

Ma tutti noi comuni cittadini che abbiamo votato NO siamo stati bravi nel capire l’importanza della posta in gioco non solo per noi stessi, ma per il Paese, per le giovani generazioni.

Ora, a vittoria acquisita, si volta pagina e si va avanti.

La giustizia, in Italia, ha certamente bisogno di riforme, ma vere, di quelle che migliorano la qualità del servizio, ne accelerano i tempi, ne diminuiscono le lungaggini burocratiche, ne semplificano gli accessi, ne riducono  le spese.

Ad esempio, la butto lì, ma non si potrebbero cambiare i due codici di procedura penale e civile, eccessivamente densi di norme, spesso incomprensibili ed in contraddizione tra loro?

Non si potrebbero depenalizzare alcune condotte ancora ritenute reato?

Non si potrebbero informatizzare tutto l’apparato e tutte le documentazioni giudiziarie?

Non si potrebbe reintrodurre la riforma Bonafede sulla prescrizione?

E tanto altro ancora si potrebbe suggerire.

Per il bene del Paese, di tutti i suoi cittadini.

La Meloni, subito dopo l’acquisizione del risultato definitivo del referendum, ha registrato un video, messo sui vari social, in cui si rammarica per la sconfitta, ma riconosce il valore della sovranità popolare e del voto. E afferma che continuerà il suo lavoro per il Paese, come da programma elettorale.

Francamente, non mi pare che il suo programma elettorale, presentato durante la campagna del 2022, contenesse riferimenti a guerre, appoggi all’Ucraina, agli USA così incondizionatamente, contrapposizione estrema alla Russia e al suo gas.

Ma tant’è. È meglio che si dia da fare veramente per il bene del Paese. Senza creare dure contrapposizioni con l’opposizione su questioni così dirimenti, come quella oggetto del referendum così deludente per il presidente del consiglio.

Il tempo non le manca, il daffare pure.

Le auguriamo sinceramente buon lavoro.