
Il susseguirsi di sanguinosi episodi terroristici ha innescato un vortice di informazioni false o inesatte, con un accavallarsi di commenti e polemiche sfociate nell’affermazione di tanti: “Siamo in guerra”!
“Siamo in guerra”! Ma contro chi? Risponde Jean d’Ormesson dell’Académie Française e per anni direttore di Le Figaro: “Siamo in guerra. Non contro l’Islam, ma contro il terrorismo. Non si tratta di intraprendere una guerra di religione, ma piuttosto di affrontare con determinazione e coraggio una guerra per i diritti dell’uomo contro l’intolleranza, una guerra delle libertà contro la barbarie”.
Questa affermazione spalanca ampi scenari vedendoci non sempre paladini di valori universali. Alcuni flash potrebbero aiutarci.
Bush jr dal 2001 al 2008 ci ha omaggiato dell’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq, avente come alleato guerriglieri fondamentalisti sauditi e yemeniti o comunque sostenuti palesamene da alcuni emirati della penisola arabica che attualmente sono tra i nostri più sicuri partner finanziari e commerciali: è proprio vero che il denaro non ha odore!
Non dimentichiamoci poi di Sarkozy che ha appoggiato con fermezza le milizie jihadiste in Libia contro Gheddafi così come Hollande in Siria contro Assad. Tutto questo rientra in una politica di conquista, di sfruttamento e di oppressione che gli occidentali hanno esercitato sul resto del mondo nell’ultimo mezzo millennio, anche se ornata dall’etichetta di “civilizzazione” o “esportazione di democrazia”. In proposito è razionale assistere in tv al macabro spettacolo degli aerei occidentali che bombardano paesi e città, massacrando popolazioni indifese e pensare che questo stato di guerra non si debba mai ritorcere contro di noi?
Ma andando oltre queste considerazioni storiche, quali possono essere le ragioni per le quali si diventa terroristi? Ricercarle nel fanatismo è non solo generico e astratto, ma, sostiene Franco Cardini, soprattutto tautologico. Quel che finora è stato quasi sempre taciuto e magari perfino negato è l’aspetto religioso e sociale della predicazione jihadista, che ha una forte connotazione apocalittica.
Il progresso irreversibilmente teso verso forme sempre più ampie di conquiste sociali, civili, culturali e tecniche ha sempre mal sopportato la presenza del divino, fino a ipotizzarne la sua scomparsa: che cosa non ha funzionato? L’interrogativo rimane soprattutto difronte alla ricerca spasmodica, anche all’interno della Chiesa cattolica, di una religiosità dai risultati immediati piuttosto che intraprendere faticosi percorsi di fede.
Quel che forse spinge molti giovani e giovanissimi, anche di elevata cultura, a cercare l’arruolamento nelle formazioni jihadiste non è l’odio contro l’Occidente inteso come cultura della libertà e dei diritti dell’uomo, bensì la costatazione che tale cultura, formalmente sostenuta e ostentata, coincide con quelle forme di repressione e sfruttamento che trovano la loro espressione nelle lobbies multinazionali e nella corruzione delle stesse élites di governo dei paesi musulmani.
In un mondo governato da un crescente processo di concentrazione della ricchezza in mano di poche multinazionali a cui risponde l’impoverimento di tanti, con la conseguente fame e sete di giustizia, costituisce un terreno fertile per una jihâd “voluta da Dio”. Ci troviamo così in quel che in passato i loro padri e i loro fratelli maggiori trovavano nell’estremismo politico-utopistico o nel viaggio pseudo liberatorio nella droga per vincere la noia.
In questa fase di crisi profonda dell’Europa, continua Cardini, i giovani disoccupati o sottoccupati musulmani, che nelle banlieues e nelle carceri sono stati raggiunti dal sogno di riscatto, non riescono più a intravvedere un domani attraverso la faticosa via onesta all’interno di una società, ma vagheggiano un paradiso all’ombra delle spade in cui il terrorismo è l’unica arma efficace nelle mani di chi non dispone di altro.
Le religioni possono anche venire invocate come alibi in questo conflitto, ma le ragioni reali risiedono nel globalizzante scontro brutale fra la volontà di potenza di chi detiene il controllo del pianeta e i “dannati della terra”: in questo non si può prescindere, in prospettiva, da una ridistribuzione della ricchezza.























