“Scrutiamo le case abbandonate chiedendoci che vite le abitava, perché la nostra è sufficiente appena, ne mescoliamo inconsciamente il senso; siamo gli attori ingenui sulla scena di un palcoscenico misterioso e immenso”

(Francesco Guccini)

Nell’ultimo anno, che al suo interno ne contava almeno cento, qualcuno aveva detto di essere un esperto di Jung e Domiria ne aveva silenziosamente dubitato.

Jung ne aveva dette molte, aveva abbracciato le teorie del suo mentore e le aveva anche allontanate, ma di sicuro aveva una linea chiara e netta: un esperto non poteva ignorarlo.

Lei in effetti no, esperta non poteva dirsi, però aveva studiato e letto molto, più per forza di cose che per simpatia verso la psicanalisi ed i suoi affiliati e anche quello, come tutti i suoi studi, aveva contribuito alla ristrutturazione non tanto del suo sapere, quanto del suo essere.

Allora le spuntò un pensiero: quando si tratta di vedere nel povero cristo il Cristo, siamo bravi, se sentiamo di essere cristiani, ma perdiamo ogni spunto di genio quando il fratello da accettare nudo e straniero è in noi stessi. Quando il questuante per eccellenza è in noi, dimentichiamo facilmente lo spirito che dovrebbe tenerci lontani dal lamento e spingerci all’azione: e se non è lamento, diventa ira, insulto.

Ah beh, lei era maestra in questo: non conosceva nemico peggiore del suo specchio, tribunale più intransigente della sua coscienza, giudice più infausto di quello che portava il suo stesso nome (al più uno dei nomi che aveva dato alle sue diverse sfumature, come fossero personaggi a lei estranei e dietro ai quali poteva nascondersi, o con i quali poteva farsi scudo).

Nondimeno, le era spesso capitato di pensare che ogni tanto avrebbe dovuto concedersi una qualche forma di perdono, non fosse altro che per salvaguardare la sua salute: come diceva Wilde, infatti, non si poteva vivere eternamente con una serpe in seno. E di certo non si poteva sperare di vivere sempre in modalità Sancta Sanctorum.

La verità è che era tempo di azioni sospese e attese: nel presente si intravedevano parti di futuro, mentre il passato aleggiava sulla sua testa come qualcosa di non più afferrabile. Una matta in mezzo ai matti. I matti erano matti nel profondo, alcuni molto intelligenti. (…) Non come i dementi, che sono tutti fuori, nel mondo. Si rispondeva così e, accuse fra le accuse, si detestava perché trovava ogni volta riscontro in qualcuno che certe soluzioni le aveva già scovate molto prima che ci potesse arrivare lei. Questa, più o meno, era Alda Merini e lei quasi rinnegava la sua stessa scelta di non aver mai voluto stare lontana dalla lettura di certe grosse personalità.

Arrivata a certe altezze, cercava di sedare il momento e sedare se stessa, ripensava alle rarissime volte in cui aveva percepito di essere stata veramente sentita e riconosciuta e rimpiangeva tutte le lacrime di gioia non versate: anche quelle sarebbero state un premio e per qualche arcana ragione forse lei riteneva di non meritare troppi riconoscimenti.

Anche quando avrebbe voluto buttare fuori lacrime per alleggerirsi da tutto e da niente, finiva per non farlo. Credo che le persone così, però, non sempre siano colpevoli di un tale atteggiamento: qualcosa, nel corso degli anni, deve averle convinte di essere in qualche modo immeritevoli. A volte le cose sono bianche o nere, non lasciano vie di fuga.

Se avessi meritato, avresti avuto, si ripeteva spesso. O, riformulando, pensava: quello che hai è esattamente ciò che hai meritato di avere. Niente di più e niente di meno.

Come dare torto ad un simile resoconto? Troppo facile pensare che ognuno ha quel che merita solo puntando verso il prossimo! E così ecco formarsi quel nitido circolo vizioso che dava totalmente ragione a Jung: molti uomini cristiani non sanno avere pietà per la nullità incolpevole che è in loro. Ed è a quel punto che diventano labirintici. Di nuovo lo spettro delle grandi personalità: un uomo labirintico non cerca la verità, ma sempre e soltanto Arianna (Albert Camus).

La sua migliore amica leggeva questo scritto con un certo scetticismo e, quando ne parlavano, Domiria la invitava a leggerlo al contrario: Penelope non voleva un marito, lei voleva Ulisse. Forse così era più chiaro?

Allora la sua amica rideva, rimescolava le carte delle metafore, restituiva il giusto personaggio a chi doveva vestirlo (di solito nessuna delle due era contemplata o destinata a certi scenari da grandi palcoscenici), le ricordava che loro non potevano avere un posto giusto in alcuna fiction e non mancava di evidenziare che per loro, da sempre, solo l’inquietudine poteva dirsi sovrana.

Non meriti nulla di diverso da quello che hai. Se devi fare ammenda, procedi senza pensare nemmeno lontanamente di lamentarti e paga in silenzio; al contrario, se riconosci doni, accetta e ricevi a piene mani solo dicendo grazie. Non osare permetterti altro. Granello di polvere eri, granello di polvere ritornerai. Granello di polvere ancora sei.

Ma non aveva detto che doveva imparare a perdonarsi qualcosa?Beh sì, però alla fine si può dire ciò che si vuole, mentre i fatti stanno nelle intenzioni e lei non ne aveva nessuna: perlomeno non intendeva in alcun modo entrare o uscire gratis dal teatro. Aveva pagato i biglietti ad ogni botteghino, anche per le peggiori sceneggiature e, finché avrebbe avuto vita, mai avrebbe iniziato a camminare per le scorciatoie di chi pensa di poter lasciare le cose al caso, possibilmente senza rimetterci l’osso del collo.

Anzi, a pensarci bene, l’osso del collo Domiria lo aveva già perso da moltissimo tempo, eppure era perfettamente in piedi e certo non si illudeva che qualcuno potesse scovare quale trucco ci fosse dietro un tale gioco di prestigio: raramente, infatti, qualcuno avrebbe potuto capire che sul palcoscenico della vita esiste un gobbo suggeritore che si chiama istinto. Qualcuno lo ascolta, Domiria lo aveva personificato e gli aveva dato anche un nome, altri vanno a braccio e meno ancora avrebbero potuto comprendere cosa fosse la notte sulla montagna, la solitudine della luna, il colloquio con l’attesa, il vento sulla porta della cella, la non appartenenza destinata.


FontePixabay.com
Articolo precedenteAperte le iscrizioni al Cyberchallenge.IT edizione 2021
Articolo successivoA Lino…
Myriam Acca Massarelli
Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.