Candidato a Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Sonoro, Miglior Montaggio, Miglior Montaggio Sonoro e Miglior Attore Protagonista, “La Battaglia di Hacksaw Ridge” è un film assolutamente da vedere

Le sfrigolanti uniformi militari fanno da sfondo ad un dejavù che lo spettatore avrebbe tranquillamente evitato. Il ricordo, baluginato da gozzoviglianti assalti a sanguinolenti cannoni, stride davanti a fiori di faberiana memoria che, in una sorta di flashback, adornano gli epitaffi di soldati caduti durante la Grande Guerra.

Il tempo scorre velocemente, i 121 minuti di pellicola de “La Battaglia di Hacksaw Ridge” elargiscono al pubblico un sunto dell’arruolamento volontario, una Seconda Guerra Mondiale raccontata dalla macchina da presa di Mel Gibson che, dopo “L’uomo senza volto”, “Braveheart”, “Passion” e “Apocalypto”, torna sul campo di battaglia hollywoodiano con una direzione che, inevitabilmente, ammicca al digitale e ai non perfettamente riusciti effetti speciali. Pur sviluppandosi lungo un unico meato, il film affronta diverse tematiche, tutte confluenti nel bradisismico epicentro della battaglia di Okinawa, combattuta da Stati Uniti e Giappone nel 1945. E’ ancora una volta America contro il resto del Mondo, leit motiv compunto ad libitum anche dall’Academy che piazza “La Battaglia di Hacksaw Ridge” tra i papabili vincitori in ben sei categorie degli Oscar. Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Sonoro, Miglior Montaggio, Miglior Montaggio Sonoro e Miglior Attore Protagonista ad Andrew Garfield.

Già, proprio l’Edward Saverin di “The Social Network”, qui assume i panni di Desmond Doss, disinibito uomo di fede, integerrimo apostata cresciuto secondo le leggi morali degli “avventisti del settimo giorno”. Abiura alle armi impavesata dalla malaparata famigliare da cui è costretto a fuggire, vuole servire il suo Paese da medico militare, sposa prima la sua bandiera e poi la donna che ha sempre amato, attagliandosi nella fatiscente chiostra dell’Operazione Iceberg con raminga perniciosità. Ardente di passione, non degrada il proprio sciovinismo neppure al cospetto del Sergente Howell, interpretato dal poco credibile, e per questo meno drammatico, Vince Vaughn, becera copia del Sergente Maggiore Hartman, le cui famigerate imprecazioni stagliano Ronald Lee Ermey e, più in generale “Full Metal Jacket”, nel gotha dei capolavori di Stanley Kubrick.

Angariato dal Capitano Glover (Sam Worthington) per la scelta di impugnare solo siringhe, garze e morfina, Doss gli salverà la vita e, dopo di lui, metterà al sicuro, attraverso un ingegnoso cabotaggio di funi e nodi, il resto dei commilitoni all’addiaccio, ansanti per il cimento. Alla fine, saranno 75 le anime salvate da un obiettore di coscienza capace, persino, di ridare la vista ad un apparente cieco, annebbiato dalla macilenta fatica di un interminabile conflitto.

L’apocalittica ecpirosi bellica colloca, tanto per cambiare, gli USA dalla parte della ragione,ma di fronte a gambe mutilate e vite decapitate, ci risulta, francamente, difficile discernere giuste motivazioni o recensire, come vittime, presunti carnefici.