
«Lo sommo Ben, che solo esso a sé piace,
fé l’uom buono e a bene, e questo loco
diede per arr’a lui d’etterna pace»
(Purgatorio XXVIII, 91-93)
Virgilio aveva invitato Dante a camminare con le proprie gambe e l’allievo segue subito il consiglio del maestro tanto che, dopo aver superato un prato fiorito, si inoltra da solo nella foresta del paradiso terreste.
Vi soffia una brezza leggera, si ode il canto degli uccelli, scorre un fiume dalle acque tersissime: sono alcuni tòpoi, ovvero elementi fissi, tipici del locus amoenus. Non a caso appare una fanciulla bellissima che canta mentre coglie i fiori e compone una ghirlanda: vien da pensare alla Primavera di Botticelli e chissà che non l’abbia ispirata.
La fanciulla è Matelda, sulla quale tanto è stato scritto allo scopo di definirne ruolo e identità. Dante la paragona alla Proserpina cantata da Ovidio e così il nostro pensiero corre al mito dell’età dell’oro. Di fatto, Matelda si dispone a soddisfare le curiosità dei viandanti e a introdurli nella conoscenza del luogo che stanno attraversando. In altre parole, Matelda è qui per dirci che cos’è il paradiso.
Scopriamo, dunque, che la brezza non è dovuta a perturbazioni atmosferiche, assenti sulla vetta del Purgatorio, ma alla rotazione delle sfere celesti, e ci viene spiegato che l’acqua è una fonte perenne, la cui sorgente è nella volontà divina e dalla quale si originano due fiumi distinti, il Lete e l’Eunoé. Bevendo del primo si è affrancati dal ricordo dei propri peccati, bevendo del secondo si riacquista la memoria del bene compiuto. Con una chiosa non irrilevante: l’efficacia delle acque dell’Eunoé non è piena se prima non si beve del Lete. Come a dire: bisogna sapersi perdonare per godere del bene compiuto, perché non c’è beatitudine senza perdono e difficilmente perdona chi non si perdona.
Del resto, Dante ce lo scrive: il sommo Bene ha creato l’uomo buono e fatto per il bene (vv. 91-92) e il paradiso per cui siamo pensati è un paradiso terrestre.
Vorrei provare a esprimermi meglio: al di là del fatto di vedere il giardino di Adamo ed Eva come caparra della pace che non ha fine (v.93), l’uomo che ci presenta Dante, il progetto divino in cui egli crede e spera, è un uomo che ha già tutto, qui ed ora, per essere felice. È un uomo che è stato creato buono e capace di compiere il bene, vive in un luogo, questa Terra, bagnato da acque fresche e limpide, adornato del profumo e del colore dei fiori, risvegliato dal canto degli uccelli, illuminato dalla bellezza e …poi?
Poi succede che agiamo come degli stupidi: abbiamo il paradiso, siamo paradiso, e finiamo per rovinarci. Fatti non foste per vivere come bruti, ma siete capacissimi di abbrutirvi: potrebbe continuare così il celebre canto di Ulisse…
Che ottusi! Sarebbe proprio il caso di bere per dimenticare, …magari attingendo all’acqua della gratitudine.
Meister Eckhart: «Se la sola preghiera che dirai mai nella tua intera vita è ‘grazie,’ quella sarà sufficiente».
Karl Barth: «La gioia è la più semplice forma di gratitudine».
Rumi: «La gratitudine è il paradiso di per se stessa».



























Vero, abbiamo tutto il necessario per vivere felici e nella piena beatitudine, ma la voglia di rivalsa, l’egoismo e lo sfrenato individualismo ci allontanano da questo “Eden” di cui ci è stato fatto dono. Sono convinta che la semplicità dimori nelle piccole cose, ovvero nei piccoli gesti, nelle brevi parole di incoraggiamento, negli sguardi di affettuoso sostegno e dolce comprensione. Eppure sembra tutto così complicato…solo un animo buono che riconosce i propri errori puó aprirsi al bene per sè e per gli altri, bisogna solo volerlo…
Il segreto delle piccole cose…
Grazie, Monica.