Viaggio nella vita e nell’arte di una delle artiste più amate dal grande pubblico

Uno stupro, un vile processo, un tradimento… Inizia così l’avventura artistica di Artemisia Gentileschi, costretta a lasciare Roma, la sua città natale, per sfuggire ad uno scandalo che avrebbe potuto sotterrare le speranze della giovane artista.

Figlia del pittore Orazio Gentileschi, della scuola Caravaggesca, visse nella Roma nel XVII secolo, la Roma della Santa Inquisizione e dell’oscurantismo religioso. Si ritrovò invischiata in una torbida storia e in un ancor più torbido processo dopo che il padre aveva denunciato per stupro un suo amico e collega, tale Agostino Tassi, di cui poco resta nella memoria se non i dettagliati resoconti di quel processo.

Gli atti riportano che fu torturata, affinché la “sua deposizione fosse libera dalla menzogna”; fu pubblicamente umiliata perché costretta a sottoporsi all’esame di due levatrici che comprovassero la perduta verginità al cospetto di giudici severi e prevenuti; fu accusata di non aver resistito, di essere stata consenziente e addirittura di aver fatto generosa offerta del suo corpo ad ogni pittorucolo da strapazzo con cui fosse venuta in contatto.

In lei rimase per tutta la vita la convinzione di essere stata tradita dal suo stesso padre che antepose il suo onore alla restituzione di una tela di cui il Tassi si era indebitamente appropriato a parer dello stesso Gentileschi che sembrava aver usato quel processo   proprio per ottenerne la restituzione.

Per salvare la sua rispettabilità, venne data in sposa ad un mediocre pittore fiorentino, che la accolse senza amarla e la condusse, inconsapevolmente, verso il suo Destino.

Artemisia Gentileschi fu la prima donna ad essere ammessa all’Accademia del Disegno di Firenze e questo alterò definitivamente i rapporti con quell’uomo che lei aveva imparato ad amare, ma che non riuscì a tollerare che sua moglie fosse più brava di lui. Se ne allontanò, tradendola, punendola così per aver osato metterlo in secondo piano.

Artemisia andò avanti da sola e divenne una pittrice eccezionale. Nelle sue opere riprodusse la sua vita, il dolore, l’umiliazione e il desiderio di rivalsa nei confronti degli uomini che le avevano provocato grandi sofferenze.

È diventata, nel tempo, una Donna-simbolo; un personaggio che ancor oggi è di grande attualità per il forte messaggio di cui è latrice: nessuna sofferenza può abbattere una donna in grado di riconoscere le sue qualità; nessuna umiliazione può vincere l’orgoglio di chi sa di essere nel giusto. Nessuna discriminazione può ledere la maestria, la Dote.

Nei suoi dipinti più famosi raffigura grandi eroine, esempi di donne forti, protagoniste di vicende storiche e bibliche. Le sue modelle, donne cercate per strada.

È meraviglioso osservare il forte distacco tra i tratti del viso, femminei, luminosi, raffinati, e le fattezze del corpo, braccia robuste, gambe tornite, rubate alle donne che conoscevano la fatica del vivere quotidiano.

Nella “ Giuditta che decapita Oloferne” (1612-1613) rappresenta il momento in cui Giuditta uccide il generale Oloferne, che aveva messo sotto assedio la sua città imponendo la resa al popolo israelita. La donna rifiuta di cedere alla sconfitta e si propone come sicario dello stesso, al quale giunge, in compagnia della sua ancella, con uno stratagemma.

Nel dipinto, la mano di Giuditta che tiene ferma la testa del tiranno mentre lo decapita è la mano della stessa Artemisia che punisce il suo “carnefice” impugnando con fermezza la spada mentre con fare sereno, quasi distaccato, agisce la sua vendetta.

Nel suo “Susanna e i vecchioni” (1610) si può intendere rappresentata l’umiliazione del processo nell’espressione della giovane donna, ritratta senza veli, impudicamente esposta agli sguardi ingordi di due uomini che tramano alle sue spalle. Il corpo quasi racchiuso su se stesso, il volto spaurito e dietro di lei il disprezzo di ogni uomo nei confronti di una donna disonorata.

 

 

 

 

 

Il riscatto lo si trova raffigurato in “Lucrezia” (1621)Lucrezia era una matrona romana, obbligata con l’inganno ed il ricatto a concedersi al tiranno Tarquinio il Superbo. Dopo aver confessato l’accaduto al consorte, si toglie la vita perché incapace di vivere nel disonore del tradimento, se pur estorto contro la sua volontà.

Artemisia, a cui era stata commissionata l’opera, rifiuta di far compiere tale gesto alla sua Lucrezia.

La ritrae dubbiosa in un’espressione che lascia pensare che quella lama, a malapena intravista nel buio che avvolge la donna, non offenderà mai la sua carne nuda e immacolata .

Artemisia stessa mai si piegò contro le accuse infamanti, contro il disprezzo di chi la voleva ad ogni costo “modella” presso l’Accademia e non certo pittrice: che ad una donna, quello era consentito; di posare per gli uomini!

Lottò e vinse.

Divenne amica delle più alte personalità; con Galileo intrattenne rapporti epistolari e di amicizia, accompagnandolo con il suo affetto durante gli anni dell’abiura.

Frequentò le corti più importanti ed ancor oggi i suoi dipinti parlano del suo talento e del suo coraggio.

È in mostra a Roma, presso Palazzo Grassi, fino a Maggio.Quasi 100 opere raccolte dai musei di tutto il mondo per confrontare il suo lavoro con i principali esponenti del mondo artistico con cui venne in contatto nei suoi spostamenti presso le corti di Roma, Firenze, Napoli, Venezia e Londra dove si ricongiunse all’anziano padre.

Sono arrivata a quella mostra, accompagnata dalla lettura di un libro, gentilmente donatami da una cara amica.

Prima, lo confesso, non sapevo neanche chi fosse

La amavo già prima di arrivare. Poi, le sue opere mi hanno incantata.

Fate in modo di esserci, se potete!


FonteArtemisia: autoritratto
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Paola Colarossi
Sono Paola Colarossi, Insegno matematica e scienze presso un Istituto comprensivo di Andria e mi piace scrivere... Dal 2005 al 2009 ho collaborato, in qualità di redattrice dell’ambito scientifico, alla stesura di “Eirene” foglio di ricerca e cultura della pace, una pubblicazione periodica promossa dell’Assessorato alla Pubblica Istruzione e Cultura del Comune di Andria, in collaborazione con la Sezione di Pedagogia Interculturale dell’Università di Bari. Dal 2010 al 2012 , sempre con la stessa qualifica ho collaborato con la rivista “Scuola e Didattica”, editrice La Scuola, Brescia. Poi il grande salto... Nel 2012 ho scritto il mio primo libro “ E’ solo questione di tempo. La mia vita, una favola” edito da Etet, Andria , pubblicato nel 2014 e da allora gestisco una pagina facebook a mio nome all’indirizzo https://www.facebook.com/paolacolarossiHo partecipato all’edizione 2014 di “Libri nel Borgo Antico, conversazioni con gli autori nelle piazze del centro storico”, manifestazione pubblica del Comune di Bisceglie. E adesso...eccomi qua!