«Non vedi più lineamenti, somiglianze o colore di pelle: vedi l’amore»

(Acca)

Erano apparentemente lontani da quello che, ogni giorno di più, rischiava di diventare il terzo conflitto mondiale: avevano trascorso metà del 2019 scoprendo cosa fosse una pandemia, visto scoccare le lancette del 2020 e sperato nel 2021,  che non si era smentito ed aveva peggiorato le cose. Un brevissimo momento di stasi ancora apparente, che stasi non era mai stata, ed era giunto il 2022. Aveva iniziato, così, a girare sui social un meme semplicemente vero e, forse per questo, indimenticabile: il 2022 poteva impegnarsi ad essere un anno all’altezza dei suoi predecessori, ma ha fatto di meglio, in soli due mesi si è dimostrato l’anno più di merda di sempre, con la minaccia di una guerra mondiale.

Era, dunque, questo lo scenario che faceva da sfondo alle morti innocenti dei luoghi attaccati, alle vite innocenti dei popoli che semplicemente vivevano nel paese aguzzino e anche da lì provavano a scappare, alle vite colpevoli che tutto stavano causando e a quelle attonite ed agghiacciate di chi, nei dintorni più o meno vicini alle bombe, contavano le ore per conoscere il volto di quel Damocle, che avrebbe potuto trasformarsi nel loro destino.

Nel mezzo di questo delirio, pensando che il 2023 l’avrebbe trovata preparata anche quando qualcuno avrebbe, probabilmente a quel punto, dichiarato la clonazione dei dinosauri ed il ritorno al Giurassico, proseguiva le sue giornate lei, che viveva nella nazione stivale tacco 15, quella invidiata da tutti e da sempre, con lo stacco di coscia pieno di storture, che inevitabilmente avrebbero presentato il conto.

Viveva lì anche sua nipote, una neo diciottenne colombiana, adottata dalla famiglia e dalla nazione undici anni prima.

Erano stati undici anni particolari, per dirla con un eufemismo: undici anni che non vogliono essere raccontati e passano il consenso solo perché si dica che sì, qualsiasi cosa fosse accaduta di bello e di meno bello, quella ragazza aveva raggiunto la capacità di agire rimanendo una ragazzina piccola, a tratti fisiologicamente immatura, sull’orlo di un forse precipizio o una forse favola, sempre il con conflitto mondiale alle costole.

E dunque la zia, stesso scenario, con una sola possibilità almeno per provare a riscattare in qualche modo quel suo essere una donna del genere umano, che le faceva schifo ora più che mai: offrire una minima possibilità a sua nipote. La ragazza non riusciva più a sostenere la vita con i suoi genitori, quelli che adottivi o meno, erano di fatto i suoi genitori. Aveva deciso di fare il re dei colpi di testa: prendere tutto e andarsene a vivere altrove, con gente pressoché sconosciuta, forse precipizio, forse favola.

Era proprio sul forse che la zia aveva scelto di sedersi, provando a proporle almeno del tempo che potesse servirle per riflettere.

Lascia tutto, va bene, ma non andare subito a vivere in quell’altrove. Puoi venire a stare da me fino a fine anno scolastico, almeno non perdi quello, se vuoi.

– Si aspettava il solito ribelle rifiuto, era preparata, ma doveva tentare e invece…

– Zia, posso?

– Certo, se te lo sto dicendo!

– Sì!

– Bene, e sia!

– Devo chiamarti mamma?

La zia raggelò alla domanda, le passarono davanti tutti i dolori ben più atavici di undici anni, che avevano potuto far credere ad una ragazza che quella fosse una domanda possibile, ma scelse di non lasciare spazio ai brividi.

– Anche no! Rifiuto l’offerta e vado avanti, rompi già troppo le balle così.

– Zia brutta, anche maleducata e al quanto

– Non hai visto ancora niente, nipote! E alquanto si scrive tutto attaccato: bestia!

Stavano evidentemente giocando, ma mentre niente di quello che accadeva nel mondo si era fermato, lei aveva ottenuto di poter offrire una possibilità a sua nipote: questo contava! Anche perché di più grande non avrebbe potuto fare nulla, con buona pace del suo senso di impotenza.

I giorni erano trascorsi, nipote si era davvero trasferita, la convivenza con zii e cugini era iniziata e dopo qualche giorno… il nuovo siparietto:

– Zia mi stiri i capelli?

– Certo, rispose la zia conscia di non essere capace, ma di non potere, né volere in alcun modo disattendere. Male che vada li rilaverà, pensò.

– Zia guarda! Disse allora nipote, vittima della piastra, alzando verso la zia il display del cellulare che mostrava la loro chat.

Ecco che zia scoprì che in quel telefono era memorizzata come “Zia 118”. Guardò il display e non poté trattenersi:

– 118? Perché?

– Non si dice!

– Ma come non si dice?

– Zia, che fa il 118?

– Manda le ambulanze?

– E per fare cosa?

– Salvare vite.

– Tu sei il mio 118.

Si fermò il tempo, si fermò il mondo, avrebbe voluto si fermasse anche la guerra, le sembrò si fosse fermato tutto.

Non parlò, le diede un bacio, considerò inutile qualsiasi spreco di parole, continuò l’opera di parrucchiera improvvisata e ricordò una cosa che aveva letto tempo addietro e che certo non avrebbe pensato di poter sperimentare: tutto ciò che doniamo, è l’esatta misura di quanto meritiamo di ricevere. Non ricordava affatto l’autore, ma di certo si era accesa in lei la speranza che quella penna avesse ragione.


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Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.