Criticità e prospettive

Negli ultimi due decenni le politiche culturali pubbliche hanno progressivamente privilegiato un paradigma fondato sulla spettacolarizzazione dell’offerta culturale, sull’attrazione di grandi flussi di pubblico e sulla misurazione dell’efficacia attraverso indicatori prevalentemente quantitativi. In tale prospettiva, il “grande evento” è divenuto un vero e proprio modello di governo della cultura.

Questa impostazione ha prodotto diversi effetti positivi in termini di visibilità, marketing e capacità attrattiva. Tuttavia, ha generato anche una progressiva confusione concettuale tra politiche di puro intrattenimento e politiche di sviluppo culturale.

Questa confusione, pur producendo risultati immediati in termini di visibilità, turismo e ritorno economico nel breve periodo, presenta numerose criticità quando viene assunta come modello prevalente di sviluppo culturale.

L’intrattenimento costituisce una componente importante dell’offerta artistica, ma non esaurisce la funzione pubblica della cultura. Le performing arts producono e manifestano effetti nel lungo periodo e non può essere misurato con il solo numero dei biglietti venduti o delle presenze registrate.

La sfida che ci attende consiste nel recuperare una concezione della cultura come infrastruttura permanente dello sviluppo civile, capace di generare conoscenza, coesione sociale, innovazione e cittadinanza attiva. Solo in questo modo le performing arts potranno continuare a svolgere il loro ruolo fondamentale non soltanto come occasione di spettacolo, ma come spazio di elaborazione critica, partecipazione e crescita collettiva.

Sono proprio i centri di produzione, le compagnie indipendenti, le residenze artistiche, i festival di ricerca e gli spazi permanenti a costituire l’infrastruttura culturale del Paese. Essi garantiscono continuità produttiva, formazione delle professionalità, sperimentazione e rapporto quotidiano con i territori.

Diverse sono le criticità nel rapporto tra politiche pubbliche nella cultura e politiche di promozione dei grandi eventi

La prima riguarda la sovrapposizione tra intrattenimento e politica culturale. L’intrattenimento rappresenta una componente importante della vita sociale e non deve essere considerato un elemento negativo. Tuttavia, esso non può coincidere automaticamente con la produzione culturale. Le performing arts svolgono infatti una funzione ben più ampia: promuovono ricerca artistica, sperimentazione, formazione del pubblico, inclusione sociale, costruzione del pensiero critico e sviluppo delle competenze creative.

La seconda criticità riguarda la distribuzione delle risorse. La concentrazione dei finanziamenti su pochi eventi di grande richiamo tende ad assorbire una quota significativa dei fondi disponibili, lasciando in condizioni di crescente fragilità il tessuto delle organizzazioni che operano stabilmente sul territorio e che  rappresentano invece l’infrastruttura essenziale del sistema culturale. Sono questi soggetti a garantire continuità, formazione degli artisti, sperimentazione dei linguaggi e relazione costante con le comunità. Per non dimenticare che la logica dell’evento produce  una crescente precarizzazione del lavoro culturale. Il risultato è un sistema sempre meno orientato alla  costruzione di un ecosistema culturale stabile.

La terza criticità riguarda il rischio di omologazione dell’offerta artistica. La necessità di garantire grandi numeri e massima attrattività favorisce la selezione di proposte facilmente comunicabili e di immediata fruizione. Si alimenta così una progressiva standardizzazione della programmazione, nella quale il consenso immediato prevale sulla ricerca e sull’innovazione.

Preoccupante è la progressiva sostituzione degli indicatori culturali con indicatori esclusivamente quantitativi. Il successo di un progetto viene spesso valutato attraverso il numero di biglietti venduti, le presenze turistiche o la visibilità sui media, mentre risultano molto più difficili da misurare, e quindi meno considerati, gli effetti di lungo periodo. La qualità di una politica culturale pubblica deve essere valutata anche attraverso indicatori differenti: sviluppo dei pubblici, accessibilità, continuità delle pratiche artistiche, sostegno alla creazione contemporanea, impatto educativo, crescita delle competenze professionali, capacità di produrre innovazione culturale e consolidamento delle reti territoriali.

Una politica culturale pubblica realmente orientata allo sviluppo ricerca un equilibrio tra eventi di grande richiamo e investimenti strutturali. I grandi eventi rappresentano importanti occasioni di promozione territoriale, ma non possono diventare l’asse portante dell’intero sistema. La vitalità delle performing arts dipende soprattutto dalla capacità di sostenere la produzione continuativa, la ricerca, la formazione, le reti territoriali e la crescita delle nuove generazioni di artisti.

Distinguere con chiarezza le politiche dell’evento dalle politiche della cultura. Confondere questi due piani rischia di impoverire il sistema delle performing arts, trasformando la cultura in un semplice prodotto di consumo riducendone la funzione pubblica, educativa e democratica.

Nel prossimo futuro è auspicabile un riequilibrio delle politiche culturali pubbliche, affiancando ai grandi eventi una strategia strutturale orientata alla ricerca, alla produzione, alla formazione, alle reti territoriali e alla sostenibilità delle organizzazioni culturali.

Una politica culturale matura non dovrebbe limitarsi a finanziare ciò che produce consenso immediato, ma assumersi la responsabilità di sostenere anche ciò che genera valore nel tempo. La cultura, infatti, coincide con ciò che contribuisce a formare cittadini, alimentare il pensiero critico e rafforzare il patrimonio immateriale di una comunità. Solo mantenendo questa distinzione sarà possibile preservare la funzione pubblica delle performing arts e restituire alle politiche culturali una prospettiva autenticamente orientata allo sviluppo.

Riccardo Carbutti