
Appello della comunità educante per il rispetto dei diritti umani a Gaza.
di Roberta Di Canio
Quando, insegnando storia, si affrontano i capitoli dei genocidi e di altre violazioni dei diritti umani, capita spesso che gli alunni chiedano: “Le autorità e i cittadini sapevano? E se sapevano, perché non sono intervenuti?”. Anzi, è più frequente sentirsi domandare dove fosse l’uomo piuttosto che dove fosse Dio. E, al di là delle peculiarità di ogni evento storico, le risposte sono sempre le stesse: interessi economici e politici, paura, imbarazzo e… indifferenza. Quest’ultima è la parola che la senatrice Liliana Segre ha voluto all’ingresso del Memoriale della Shoah di Milano, sorto intorno al famigerato “Binario 21” da cui partivano i convogli ferroviari per i campi di concentramento e di sterminio.
A questo punto il lettore di questo articolo starà forse per credere che si voglia paragonare lo sterminio del popolo palestinese a quello del popolo ebraico sotto i regimi nazifascisti. A scanso di equivoci, così facili in questo momento storico, chiariamo immediatamente che quello sterminio resta un unicum per modalità, proporzioni e intenzioni, ma ciò non toglie che almeno si possa legittimamente sospettare che quello attuale del popolo palestinese sia un vero e proprio genocidio e che si stia, ora come allora, consumando sotto i nostri occhi con la medesima INDIFFERENZA. Una parola che dovrebbe pesare sulla coscienza come un macigno, lo stesso su cui, non a caso, è scolpita in quel Memoriale a lettere cubitali. E dovrebbe pesare più di ogni altra parola, più della parola “paura”, semplicemente perché la paura è un naturale istinto dell’essere umano, invece l’indifferenza è il contrario dell’umanità. Essa, infatti, attiene (almeno fino a prova contraria) solo agli animali (neanche a tutti per la verità) e ai vegetali, perciò segnala l’assenza di coscienza, prima ancora che morale, di sé. E se per Cartesio la coscienza è la primigenia certezza indubitabile ed autoevidente che l’uomo possa scoprire, per Sartre questa prerogativa dell’essere umano non è certo motivo di vanto! Essa è piuttosto l’ineluttabile condanna per l’esistenza umana, dal momento che ci costringe ad essere liberi e quindi inevitabilmenteresponsabili. Scrive Sartre, con la credibilità di uno che, fatto prigioniero al fronte, finì rinchiuso in un campo di concentramento nazista e che partecipò alla Resistenza: “Se io sono mobilitato in una guerra, questa guerra è la mia guerra, e io la merito. Io la merito perché potevo sottrarmi ad essa col suicidio e la diserzione…. Se non mi ci sono sottratto, io l’ho scelta: forse solo per mollezza, per debolezza davanti all’opinione pubblica, perché preferisco certi valori a quelli del rifiuto stesso di far la guerra. Ma in ogni caso, si tratta di una scelta”.
Parole che suonano dure, anche verso sé stesso e verso le vittime, ma che ancora oggi ci costringono a guardarci allo specchio davanti ad ogni nuova guerra, senza se e senza ma. Innanzitutto come esseri umani. Ancor più come intellettuali, che dovrebbero avere una coscienza ben allenata. A maggior ragione come docenti ed educatori, che nel loro DNA professionale dovrebbero portare una sola inclinazione: la formazione delle coscienze dei giovani cittadini.
Ebbene finalmente proprio un gruppo di docenti ed educatori ha squarciato la lunga coltre di silenzio che da tempo, a tutti i livelli, è caduta sull’immane tragedia che sta investendo la Palestina. L’iniziativa è partita da Emanuela De Rocco, un’insegnante di scuola primaria di Brescia, che ha sentito di “non poter iniziare la scuola come se niente fosse, di partecipare al primo collegio docenti o alle prime riunioni, come di routine, di ritrovare i nostri alunni allegri, fiduciosi e giocosi, come dovrebbero essere tutti i bambini e i ragazzi del mondo, senza pensare ai bambini e alle bambine di Gaza”. In pochi giorni la docente ha organizzato un’assemblea che, grazie alla partecipazione di centinaia di colleghi, ha prodotto un interessante documento programmatico indirizzato al Parlamento e al Governo italiano, “affinché condannino con fermezza i crimini contro l’umanità commessi dal governo israeliano, ne chiedano l’immediata cessazione e pretendano la riapertura di tutti i valichi per poter fornire assistenza umanitaria e sicurezza alla popolazione civile”. Le proposte vanno dall’interruzione dell’invio di armi, all’immediato riconoscimento dello Stato di Palestina, alla convocazione di una conferenza di pace delle Nazioni Unite. Come strumenti di pressione e di sensibilizzazione, i docenti chiedono ai sindacati uno sciopero unitario della scuola e al Ministero del Merito e dell’Istruzione l’introduzione di “programmi scolastici sull’educazione alla pace e alla nonviolenza, di promuovere nelle scuole approfondimenti storici sul sionismo e chiarire la differenza tra antisemitismo e antisionismo”.
Grazie alla costituzione della chat “Docenti, educatrici, educatori per il rispetto dei diritti umani in Palestina”, che in poco tempo ha raccolto migliaia di iscritti, il documento del 25 agosto è stato diffuso su tutto il territorio nazionale per la sottoscrizione da parte di tutto il mondo della scuola, compresi le famiglie e gli studenti maggiorenni. La lettera è già approdata nel primo Collegio docenti di molte scuole, dove è stata sottoposta a lettura ed approvazione.
Un meritevole atto di coraggio con il quale la classe docenti rialza la testa, dimostrando di avere ancora un briciolo di dignità troppo spesso colpevolmente lasciata calpestare da una meccanica osservanza di circolari, decreti e leggi che, burocratizzando la relazione educativa, ne sviliscono il profondo valore sociale e pedagogico di libertà e creatività e ne chiedono sempre più spesso un’esplicita limitazione. Dall’invito ministeriale a programmare le verifiche, ad assegnare i compiti in modo coordinato, possibilmente sul diario cartaceo invece che sul registro elettronico, per distribuire in modo equilibrato il carico di lavoro degli studenti, alle Nuove Linee guida sull’educazione civica che invertono la direzione dei percorsi d’apprendimento dalla dimensione globale a quella scivolosa dell’identità nazionale; fino all’illusione di correggere il comportamento degli alunni ricorrendo a valutazioni disciplinari e di condotta più rigorose. Una invisibile gabbia culturale che, nell’indifferenza di molti, contribuisce ad assopire le coscienze e a minare la rispettabilità sociale dei docenti, trattandoli come un gruppo di minorenni o di lavoratori non qualificati, che hanno bisogno di farsi guidare in quel mestiere più difficile del mondo che è l’educazione.
Non che la lettera di questi insegnanti ed educatori debba spostare l’attenzione dalla sofferenza del popolo palestinese alla ben meno drammatica questione della dignità della professione docente! Ma certamente questo effetto secondario non può essere ignorato. Perché, tornando a Sartre, è solo dal risveglio della coscienza e dalla consapevolezza della propria libertà e responsabilità che può partire ogni mobilitazione contro la guerra. Senza contare che la professione di docente e di educatore è tanto più credibile agli occhi dei discenti, e quindi più efficace, quanto più si fa testimonianza viva. E dal momento che la responsabilità è innanzitutto strettamente personale, a nulla vale, se non come alibi, lo sconforto di chi già in partenza crede che una piccola goccia nel mare non possa fare la differenza. Forse è proprio questo senso di impotenza, invece che l’indifferenza – si spera – che ha indotto troppi cittadini a non aderire o a restare anonimi (per quale più importante motivo, poi, proprio non si comprende) rispetto ad altre lodevoli iniziative di sensibilizzazione sulla questione palestinese, promosse dal mondo della scuola. Da ultima la “Lettera per il cessate il fuoco a Gaza, per la fine delle ostilità e per la restituzione degli ostaggi” dei ben noti dirigenti Paolo Farina e Paolo Saggese, che ha raccolto appena 5100 firme.
Ma se da una parte il senso di impotenza è comprensibile nelle attuali democrazie, perché la loro complessità e la dimensione globale dei problemi rendono difficile una partecipazione efficace dal basso, dall’altro non si può dimenticare che la pressione dell’opinione pubblica è sempre stata l’arma più potente contro ogni torsione autoritaria del potere. Basti gettare uno sguardo anche solo alle vicende storiche più recenti: la prima guerra mondiale è finita anche per le proteste dei soldati e gli scioperi degli operai; la seconda guerra mondiale si è conclusa anche per l’erosione dei consensi ai regimi totalitari e per l’eroica scelta di opposizione da parte di comuni cittadini, che, lo ricordiamo, all’epoca non potevano sapere come sarebbe andata a finire e che, anzi, avrebbero avuto tutte le ragioni per credere che avrebbero perso; stessa sorte ha avuto la guerra in Vietnam, quando giovani renitenti alla leva e mondo universitario hanno levato un coro di proteste.
A nulla vale neanche la sottile argomentazione di chi sostiene che la voce che grida nel deserto sia spinta solo dal desiderio di lavarsi la coscienza. Quasi a richiamare l’ammonimento kantiano a non far dipendere l’obbedienza alla legge morale da moventi esterni alla ragione stessa: “Devi perché devi”, non “devi perché altrimenti ti sentirai in colpa per non aver agito”. Una purezza dell’agire umano che, in verità, perfino Kant ritiene, in fondo, più un ideale-guida che una possibilità realizzabile almeno in questa vita: “la santità [è] una perfezione di cui nessun essere razionale del mondo sensibile è capace, in nessun momento della sua esistenza”. Perciò più interessante del “devi perché devi” risulta l’altro motto kantiano: “Devi, dunque puoi”, che richiama ancora una volta l’ineludibile libertà dell’uomo come evidente radice della legge morale.
Se poi, con buona pace del rigore morale auspicato da Kant, potessimo aggiungere: “Devi per amore dell’umanità”, allora tanto dovremmo e potremmo davvero fare. Almeno se crediamo ancora, nonostante tutto, nella potenza trasformatrice dell’educazione.
Modulo Google per l’adesione al documento del 25 agosto: https://forms.gle/WGQvQ4156ceMFEoL7



























Condivido perfettamente il”Documento del 25 agosto”…..e auspico che dalla CONSAPEVOLEZZA SI PASSI ALLA CONCRETEZZA….Buon proficuo anno scolastico a : studenti, docenti e dirigenti .
Un documento importante ,con precise richieste legittime e fondamentali. Ritengo il coinvolgimento dei docenti, e di tutta la scuola, essenziale ,e per noi cittadini un esempio . È la scuola che prevalentemente deve prendersi cura di coloro che saranno i cittadini di domani.
Ritengo il compito della scuola dell’,educazione e della cultura fondamenti indispensabili per ogni stato civile.Ma una classe politica che scardina i valori fondamentali che sono alla base di ogni coscienza, e che non riconosce
I diritti imprescindibili di ogni uomo in quanto tale , rende il compito degli insegnanti molto arduo, esasperando un individualismo sfrenato senza nessun obbiettivo che non sia finalizzato alla acquisizione del potere . Comunque aldilà del valore intrinseco di quanto pubblicato, non condivido il confronto tra i due genocidi entrambi spaventosi, le modalità messe in atto sono e saranno sempre una vergogna ed una colpa di cui inevitabilmente noi e le generazioni a venire ne porteremo il fardello .