Ipotesi e scomode verità sulla morte di Marco Pantani

“Il caso Pantani – Omicidio di un Campione” è un film diretto da Domenico Cioffi, una sorta di docudramma che narra le vicende degli ultimi cinque anni di vita del ciclista, soprannominato “Il Pirata“. Gli eventi partono e si sviluppano da quel famoso 5 giugno 1999 a Madonna di Campiglio, giorno in cui Pantani viene squalificato dal Giro d’Italia per un valore di ematocrito troppo alto.

“A Madonna di Campiglio mi hanno fregato“, è il refrain utilizzato da Pantani fino alla fine, un rimpianto mai sopito, l’ingiustizia di provette scambiate a causa di un circolo vizioso a base di scommesse e loschi tranelli camorristici. Traditore agli occhi dei giornalisti dell’epoca (in primis Candido Cannavò, ex direttore della Gazzetta dello Sport), eroe del popolo, indimenticabile cannibale della strada, Marco accusa il colpo inferto al suo orgoglio, arma a doppio taglio di una celebrità sotto i riflettori, un’esistenza lacerata da squallidi burattini e violenti pusher, un disagio che persino Renato Vallanzasca sentì di dover confessare in una lettera a Tonina, la mamma di Marco.

Pantani è il capro espiatorio di un sistema marcio, vittima e carnefice allo stesso tempo, dopato per decisione di altri, cocainomane per scelta propria, un Amore con se stesso mai bocciato, e non è forse un caso che la sera di San Valentino del 2004 Marco viene ritrovato senza vita da un inserviente del “Residence Le Rose“ di Rimini. Suicidio, è la calunnia, l’ennesimo referto manomesso, l’archiviazione di un delitto contro lo sport.

Quello che il regista Cioffi suddivide in capitoli è un processo televisivo che porta lo spettatore all’assoluzione del corridore, all’accusa di omicidio, alla corruzione di medici contraddittori ed amorfi di fronte ad un Ippocrate subissato di reticenza e vergogna.

Seppur coinvolgente nel plot, la pellicola è scarna a livello tecnico e l’interpretazione del protagonista affidata a tre diversi attori (Brenno Placido, Marco Palvetti, Fabrizio Rongione) denota pigrizia nel casting e scarsa articolazione emotiva, considerando che c’è chi si rifà alla cadenza emiliana e chi, invece, se ne distacca completamente. Una macchia risibile ma non trascurabile se si pensa anche al doppio ruolo recitato dalla stessa attrice per le sue due amanti.

Al di là delle modalità di decesso, di Marco ci resta la sua maniera di vivere, una gara di eccessi, infinite tappe percorse su due ruote, sconfitte personali ma soprattutto trionfi che, inevitabilmente, hanno toccato il nostro cuore.

Ciao, Marco!


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Miky Di Corato
Iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Puglia, ho iniziato a raccontare avventure che abbattono le barriere della disabilità, muri che ci allontanano gli uni dagli altri, impedendoci di migrare verso un sogno profumato di accoglienza e umanità. Da Occidente ad Oriente, da Orban a Trump, prosa e poesia si uniscono in un messaggio di pace e, soprattutto, d'amore, quello che mi lega ai miei "25 lettori", alla mia famiglia, alla voglia di sentirmi libero pensatore in un mondo che non abbiamo scelto ma che tutti abbiamo il dovere di migliorare.

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