
«Non comprendo come una comunità abbia il diritto di incivilirne un’altra per forza»
(John Stuart Mill)
«…non è forse vero che, man mano che viviamo la nostra vita terrena e passano i giorni, continuiamo a sentire una malinconia e persistente nostalgia dei tempi in cui eravamo tutti insieme e felici nel mezzo delle meraviglie della foresta?»
(Kenzaburo Oe da La foresta d’acqua)
In un talk show televisivo, che tratta di politica interna ed internazionale, si è parlato di Gaza. E’ accaduto il 31 gennaio 2026.
Sono state fatte vedere delle immagini in cui un missile (israeliano, a quanto si è potuto capire) faceva saltare in aria un palazzo causando 31 morti palestinesi (almeno questo era il numero mentre la giornalista che comunicava il dato stava parlando).
Dal giorno in cui è entrata in vigore la tregua, cioè il 13 ottobre 2025, sono morte ben oltre 500 palestinesi in quello che efficacemente è stato chiamato “genocidio a bassa intensità”, per distinguerlo da quello, forte e tragicamente manifesto, ad “alta intensità” che ha causato, dopo l’attentato del 7 ottobre 2023, da quanto Israele stessa ha dichiarato, 71 mila morti palestinesi nella striscia di Gaza.
I morti post tregua sono stati causati, oltre che da bombe (ad esempio mine interrate, che nessuno si sta peritando di disinnescare) e missili, anche dal freddo e dal gelo in cui la popolazione palestinese è costretta a vivere: non dimentichiamoci che quelle persone vivono in tende o sotto teloni incerati che proteggono poco o nulla dalle intemperie.
Molti neonati e bimbi sono morti per malattie altrimenti curabili perché arrivano, (se arrivano) col contagocce, cibo e medicinali.
La situazione è più che drammatica ed a forte rischio epidemiologico.
Eppure, su Gaza è come caduto uno spesso velo d’oblio.
I media, tranne qualche lodevole eccezione, non ne parlano.
Trump, come lui stesso ha detto, avendo un animo da palazzinaro, perché quello è stato il suo primo lavoro, si entusiasma al progetto di ricostruire Gaza con edifici “avveniristici” che sembrano presi di peso dallo skyliner di Shangai o Dubai.
È evidente che quel progetto, presentato dal genero del presidente americano, Jared Kushner come “New Gaza”, non è destinato, come sarebbe logico, a restituire ai palestinesi di Gaza le case distrutte da Israele, gazawi che le hanno perdute insieme ai propri familiari (si stima che sotto le macerie ci siano almeno diecimila cadaveri).
Quegli appartamenti superlussuosi, ma anche bruttarelli a vedersi, sono sicuramente destinati a chi ha tanti soldi da poterseli permettere.
Il progetto di edificazione è una sorta di preludio alla cacciata dei gazawi sopravvissuti.
È, a parere di chi scrive, la continuazione del genocidio sotto forma di costrizione all’esilio, che già è attivata dalla volontà, e dalla pratica che ne deriva, di far arrivare pochi o punti soccorsi a quella popolazione martirizzata.
Se tutti i gazawi – che resistono sotto le tende, che vivono nella costante paura che un colono o un membro dell’IDF faccia fuoco, che sono costretti a muoversi nell’acquitrino quando piove o nevica (come è già accaduto), che non possono curarsi perché le strutture ospedaliere sono state deliberatamente distrutte, che hanno cibo in quantità non adeguate perché gli aiuti sono scarsi e artatamente rallentati dall’esercito israeliano, che, in poche parole, continuano a vivere sotto occupazione straniera in casa loro -, decidessero di andarsene, lo stato ebraico avrebbe raggiunto il suo scopo e il nazionalismo sionista trionfato.
Siccome, invece, i palestinesi resistono, ecco che si cercano altre strade per indurli ad abbandonare facendo di loro masse brulicanti di profughi.
Tutto questo di fronte ad una comunità internazionale che assiste impotente, quando non addirittura passiva o complice dello stato di Israele, a questi eventi raccapriccianti.
I media, a larghissima maggioranza privi della dignità che dovrebbe derivare dal loro mestiere, ignorando la tragedia senza soluzione di continuità di Gaza, provano a far dimenticare il continuo orrore che là vi si compie.
La politica è quella che è, ovvero prona ai desiderata di chi ha veramente in mano il potere, essendone al servizio prezzolato.
Sembra un vicolo cieco da cui è difficile uscire. Ed è terribile pensare che non ci siano soluzioni. Anche perché non è vero che non ce ne sono.
Basterebbe solo la buona volontà e l’applicazione di quel “diritto internazionale” che, se esiste, come esiste, a qualcosa deve pur servire se vogliamo evitare quella deriva di stampo hobbesiano alla Homo homini lupus, ovvero una sorta di Civitas civitati lupus.
E dovremmo fare in fretta a ripristinare almeno una parvenza di ritorno alla signoria del diritto internazionale.
Perché il rischio è che, se non si ritorna alle regole comuni e condivise dagli stati, quello che oggi, ma non da oggi (troppi decenni!) sta accadendo ai palestinesi, potrebbe accadere a qualunque altro popolo.























