
Empatia e responsabilità nel racconto delle morti sul lavoro
Scrivere di una morte, soprattutto quando avviene sul lavoro, significa rivolgersi a interlocutori che non si conoscono. Significa scrivere per volti senza nome, lettori invisibili, famigliari che leggeranno forse di notte, amici che si fermeranno su una frase come ci si ferma davanti a una porta chiusa. È qui che nasce una forma particolare di empatia: quella immaginata, ma non per questo meno reale. Un’empatia che non nasce dallo sguardo diretto o dalla voce, ma da un esercizio profondo di ascolto interiore, di messa in discussione del proprio ruolo, delle proprie parole, del proprio diritto di raccontare.
Da circa tre anni scrivo poesie e articoli sulle morti sul lavoro. Ogni volta parto da una domanda che non è tecnica, ma etica: come vorrei che qualcuno scrivesse di me, se non fossi più qui? È in questo spazio mentale che prende forma l’assertività. Non come fermezza aggressiva, ma come chiarezza rispettosa. Dire ciò che è accaduto, chiamare le responsabilità, usare i dati ufficiali, le fonti istituzionali e accademiche, dall’INAIL agli studi internazionali sulla sicurezza del lavoro, senza mai perdere di vista che quei numeri hanno una casa vuota dietro, una sedia che non verrà più occupata. Comunicare in modo assertivo davanti a un episodio tragico è difficile perché la morte interrompe il linguaggioe lo spezza. Ogni parola rischia di essere di troppo, ogni silenzio di sembrare insufficiente. Quando non si conosce il pubblico, l’unico modo per non tradirlo è mettersi nei panni dell’altro: immaginare la fragilità di chi legge, la rabbia, lo smarrimento, il bisogno di sentirsi visto senza essere esposto. L’empatia, in questo caso, non è spontaneità immediata, ma responsabilità immaginativa.
Eppure, qualcosa accade dopo. Arrivano mail e messaggi sui social. Parole brevi, spesso spezzate: “Grazie per come hai scritto”, “Non ti conosco, ma mi sono sentita rispettata”, “Hai raccontato mio marito come era davvero”. Sono rinforzi silenziosi, potenti. Non cancellano il dolore, ma dicono che una comunicazione etica è possibile. Che scrivere per accompagnare, e non solo per denunciare, costruisce un ponte fragile, ma reale.
Questo non è un fenomeno isolato. A livello internazionale, esistono esempi significativi di narrazione e poesia come forme di accompagnamento al lutto collettivo. Negli Stati Uniti, dopo l’11 settembre, il Poetry Project e numerosi reading pubblici hanno offerto ai famigliari delle vittime uno spazio in cui il linguaggio poetico diventava respiro condiviso. In America Latina, poeti e giornalisti narrativi hanno accompagnato le famiglie dei lavoratori morti nelle miniere o nei cantieri attraverso cronache lente, rispettose, dove la denuncia sociale conviveva con il racconto della vita quotidiana spezzata. In Giappone, dopo il disastro di Fukushima, sono nati diari poetici collettivi che non spiegavano la morte, ma le stavano accanto, come si fa con una persona cara.
La filosofia ci ricorda che l’accompagnamento è una delle forme più alte della relazione umana. Heidegger parlava dell’“essere-per-la-morte” come dimensione costitutiva dell’esistenza, ma è nella morte inattesa, strutturale, evitabile, come quella sul lavoro, che questa riflessione diventa ancora più urgente. Non siamo davanti a un destino astratto, ma a una frattura prodotta da sistemi, da scelte, da mancanze. Raccontarla richiede uno sguardo doppio: politico e umano, collettivo e intimo.
Accompagnare non significa spiegare tutto, né consolare a tutti i costi. Significa restare con parole che non invadono, con metafore che non rubano il dolore ma lo rendono dicibile, con una narrazione che entra nella vita privata delle persone in punta di piedi. Significa accettare che l’empatia non è mai completa, ma può essere sincera.























