
«Il carattere è come un diamante, è una pietra durissima ma ha un punto di rottura»
(Pietro Mennea)
Ci sono momenti storici, periodi, giorni o più banalmente occasioni in cui la cosa meno utile da fare è parlare. In alcune circostanze è quasi necessario fare attenzione alle parole, poiché creano disturbo e scompiglio e dacché mondo è mondo, disturbare non è una bella cosa.
Quando, per esempio, ci sono gravi avvenimenti a livello mondiale è risaputo che le persone inizino ad essere preda dell’ansia, difficilmente si controllano, agitandosi rischiano anche il panico. Pertanto, tutto serve loro, meno che disturbo e disordine.
Diventa così soverchio parlare, perché superflui sono i conflitti che nascono in quei momenti da parole dette senza che siano necessarie: si finisce per screditare il prossimo, discutere, litigare ed aumentare il numero dei nemici.
In certi momenti, dunque, è bene rimanere al proprio posto, in casa, con altri passatempo: era per quello che Magdala stava trascorrendo le sue giornate in quel modo. Leggeva, giocava a Sudoku, cercava libri antichi con le teorie originali di Darwin (possibilmente in lingua inglese), cucinava, suonava e, nel fare, trovava.
Già, trovava: era, infatti, finita a riordinare uno scaffale della sua libreria che conteneva diversi faldoni e cartelle. Fra quelle, vecchi certificati medici, prescrizioni, referti e radiografie. Si era così ricordata di una vecchia frattura: era scivolata da una scala e si era rovinosamente rotta una tibia.
Il ricordo si fece immediatamente talmente nitido da non potere ignorare la sensazione di quell’antico dolore che fu davvero fortissimo al momento dello scivolone: aveva capito cosa intendeva l’antico detto popolare “ho visto le stelle” ed era andata molto oltre, aveva visto anche tutti i pianeti e fatto scendere tutti i santi dal calendario… quest’ultima fase non era stata esattamente elegante, ma continuava a credere fosse stata proprio opportuna per la circostanza.
Era però un evento datato, magari avrebbe potuto tenere il referto a riprova dell’osso già lesionato, ma non aveva più senso conservarne le immagini. Così aprì la busta e vi trovò anche un suo appunto, una specie di poesia mal riuscita. Doveva averla lasciata lì per evitare di dimenticare che genere di pensieri aveva fatto in quel frangente.
Così scelse che fra i passatempo di quel momento, ci poteva anche infilare la rilettura di sé stessa:
Mentre i buoni trovano alleati
sul piatto d’argento servono i risultati.
Intanto i cattivi sempre pensando,
altrettanto giustamente si vanno fratturando.
Alla fine diventa questione di lettura,
si riduce tutto ad una sfumatura.
E se pensassi che disegno o karma non portino retribuzione,
quella sarebbe solo una mera illusione.
È lapalissiano quanto gli scacchi siano mirati.
Guarda, i buoni procedono sulla loro strada
e totalmente indisturbati.
Ciò che di certo tocca accettare
è fare l’inchino e ringraziare.
Solo un dettaglio resta inspiegato:
Chi erano i buoni che avevo cercato?
Il punto è che i buoni lo sono davvero
e se ieri fu una scala,
prima o poi cadrò dal pero.
Fissò il foglio, non poté rispondersi dacché si era chiesta cosa diavolo avesse tentato di dire, ma lo sapeva perfettamente. Evitò di parlarsi, lo aveva ben chiaro che era inutile, come suddetto. Richiuse il pezzo di carta, lo sistemò nella busta del referto e con le immagini delle radiografie andò verso la spazzatura pensando: posso buttare la lesione, tanto i risultati non li potrà cancellare nessuno più. I postumi sono decisamente al sicuro: nella mia gamba, in quella busta e su quella carta.
Così sia.

























